E’ una scommessa rischiosa quella che i democratici si sono assunti con la procedura di impeachment per Donald Trump. Anzitutto perché non si sa esattamente cosa Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si siano detti durante la telefonata del 25 luglio. La Casa Bianca ha annunciato che entro fine settimana inoltrerà al Congresso la denuncia del whistleblower, il membro dei servizi che ha rivelato che in quella conversazione Trump avrebbe chiesto di indagare su Joe Biden e il figlio. Sino ad allora, il contenuto della telefonata resta segreto ed è rischioso far partire un’indagine per impeachment senza possedere tutte le informazioni. C’è poi un tema di più lunga durata. Nel lanciare l’attacco finale a Trump, i democratici si impegnano in una battaglia che rischia di impattare negativamente sulle elezioni del 2020.

E’ ormai chiaro perché Nancy Pelosi abbia alla fine deciso per la procedura di messa sotto accusa. Per mesi la speaker della Camera ha resistito alle richieste dell’ala più progressista e liberal del partito, che chiedeva la procedura di impeachment per il Russiagate. Pelosi non ha mai ceduto. Non dimostrati i legami tra Trump e i russi. Troppo vaghi, a suo giudizio, i dettagli sull’ostruzione della giustizia. Pelosi non voleva impegnare l’intero partito in una battaglia che non sembrava particolarmente popolare al di uori della base democratica, e che avrebbe rischiato di far apparire Trump come una vittima della faziosità democratica. Meglio, molto meglio, che le indagini su Trump – i legami con i russi, la sua dichiarazione dei redditi, gli affari poco chiari – continuassero a livello delle commissioni del Congresso.

La questione della telefonata con Zelensky è diversa. Anzitutto, questo caso ha una chiarezza che le centinaia di pagine del Russiagate non possedevano. Trump sarebbe intervenuto presso un leader straniero per far partire un’indagine su un suo rivale politico – minacciando lo stesso leader straniero di non far arrivare cospicui finanziamenti (391 milioni di dollari) nel caso non venisse aperta l’inchiesta per corruzione. Il fatto che lo stesso Trump, domenica, abbia riconosciuto di aver tirato in ballo Biden e il figlio nella telefonata con Zelensky è per Pelosi un’ammissione di colpa inequivocabile. Il presidente sarebbe venuto meno al suo giuramento sulla Costituzione, brigando con un Paese straniero per far fuori un suo avversario politico, inquinando il processo elettorale e democratico degli Stati Uniti.

C’è poi un secondo aspetto che ha contribuito a far pendere la decisione di Pelosi verso il sì all’impeachment. La battaglia sul Russiagate era soprattutto limitata all’ala sinistra del partito democratico. Erano Alexandria Ocasio Cortez, Elizabeth Warren e altri esponenti di primo piano dei settori progressisti a chiedere l’impeachment. Nel caso dell’Ucraina è diverso. L’Ucraina è infatti un caso di sicurezza nazionale, perché Trump avrebbe congelato i finanziamenti a un Paese alleato e fondamentale nel gioco diplomatico e militare con la Russia. E’ stata proprio questa valenza di minaccia alla sicurezza nazionale che ha consentito a democratici centristi – eletti in distretti elettorali conservatori – di prendere questa volta posizione a favore dell’impeachment. “Bando ai fraintendimenti, le accuse recenti sono molto gravi – hanno detto due democratici del Nevada, Steven Horsford e Susie Lee, contrari alla messa sotto accusa per il Russiagate -. Sono accuse che indicano un abuso di potere a spese della nostra sicurezza nazionale”. Coperta quindi al centro, senza più il timore di restare prigioniera delle istanze della sinistra, Pelosi si è decisa al passo.

Nonostante tutto questo, il percorso che si è aperto con il suo annuncio sull’impeachment è comunque particolarmente accidentato. Si sa dove e come inizia, ma non si sa dove e come finisce. Anzitutto, perché non tutti i democratici centristi, quelli il cui seggio è a rischio alle elezioni del novembre 2020, sono davvero convinti. Ieri, in una riunione dei deputati democratici che si è svolta mentre Pelosi si avviava a registrare il suo annuncio televisivo, in molti hanno espresso dubbi e timori. “Se volete che restiamo concentrati su un messaggio, dateci un maledetto messaggio su cui concentrarci”, ha per esempio detto Elissa Slotkin, deputata democratica del Michigan, lamentando il fatto che la leadership del partito non abbia ancora costruito una strategia politica chiara sulla richiesta di messa sotto accusa di Trump. “Il nostro focus dovrebbe essere quanto successo, e quelle che sono le nostre preoccupazioni”, ha spiegato un altro democratico del Colorado, Jason Crew, che insieme a Slotkin e altri democratici centristi ha firmato un op-ed per il Washington Post in cui definiva la telefonata con Zelensky “un caso per un potenziale impeachment”. Ora Crew e i moderati temono che l’ala progressista del partito prenda il sopravvento, appiattendo lo scontro in un muro contro muro con Trump e mettendo a rischio la loro rielezione in distretti elettorali conservatori.

C’è poi un rischio politico più generale. I democratici hanno vinto le elezioni di medio termine del 2018 proprio per la capacità di parlare di temi particolarmente popolari: sanità, educazione, economia. L’impeachment contro Trump rischia di azzerrare tutto e rendere le presidenziali 2020 un referendum sul’attuale presidente. Lo ha spiegato in modo molto chiaro Michael Ceraso, ex direttore politico di Pete Buttigieg in New Hampshire. “Ovviamente voglio l’impeachment da un punto di vista morale – ha detto Ceraso – Ma da un punto di vista politico, non voglio passare un anno a parlare di come i democratici hanno cercato di metterlo sotto accusa e non ci sono riusciti”. Il vero azzardo, per molti candidati democratici – quelli che si presenteranno per il Congresso e quelli impegnati nelle presidenziali – è allora soprattutto uno: ridurre la ricchezza di un programma politico allo scontro furibondo, personale, esistenziale, con un presidente che si è finora nutrito di divisioni, polemiche e personalismi.

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