Una sagoma colorata che saltella sulle montagne azzurre: se anche voi oggi siete stati incuriositi dal doodle di Google, sappiate che è un omaggio all’alpinista giapponese Junko Tabei, prima donna a scalare l’Everest, paladina dell’ambiente e femminista ante litteram: fondò un club di scalata per donne, il cui motto era “andiamo a fare una spedizione all’estero, da sole“.

L’amore per l’alpinismo nasce quando aveva solo dieci anni, durante una escursione scolastica al Monte Nasu. Ma la sua passione non viene assecondata: la sua è una famiglia modesta, con sette figli da sfamare. In più, Junko viene considerata una bambina fragile, dalla salute cagionevole. Tuttavia, è caparbia: si laurea in letteratura inglese e fonda un club di alpinismo per sole donne nel 1969, sfidando lo scetticismo generale e i pregiudizi di una società maschilista. Con il “Ladies Climbing Club” comincia una lunga serie di scalate in oltre settanta paesi in tutto il mondo, conquistando le vette più alte del Giappone e quelle delle Alpi.

Ma l’impresa per cui viene ricordata è la scalata dell’Everest, il tetto del mondo. Una sfida piena di difficoltà – fisiche, ma anche burocratiche – per cui si preparò cinque anni, e che quasi la uccise: quando il gruppo era già a un’altitudine di 6.300 metri, fu travolto da una valanga. Ma il 16 maggio 1975, dodici giorni dopo, Junko Tabei entrava nella storia come la prima donna a toccare la cima dell’Everest. Fu anche la prima donna a raggiungere la cima delle cosiddette “Seven Summits”, “Sette vette”, cioè le montagne più alte di ciascuno dei continenti della Terra.

Alpinista, femminista ante litteram ed ecologista: Tabei ha combattuto a lungo il degrado ambientale dell’Everest, causato dai rifiuti abbandonati dalle spedizioni alpinistiche. Fu anche direttrice dell’Himalayan Trust of Japan, una organizzazione internazionale attiva per la salvaguardia degli ambienti in quota. Oggi avrebbe compiuto 80 anni: Junko Tabei è morta il 20 ottobre 2016 a 77 anni, a causa di un tumore allo stomaco.

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