La società elettrica che lavora al decomissioning della centrale nucleare di Fukushima Daiichi in seguito all’incidente del marzo 2011, ha comunicato che dovrà scaricare nell’Oceano Pacifico enormi quantità di acque contaminate, anche se in modo residuale. Dal 2022 non ci sarà più spazio a terra dove metterle. La notizia ha messo in stato di agitazione non soltanto il governo giapponese, che teme soprattutto la furia dei pescatori locali e un’ombra spiacevole sulle prossime Olimpiadi, ma anche i Paesi vicini – prima di tutti, la Corea del Sud. E le associazioni ambientaliste di tutto il mondo.

Si tratta comunque di acque depurate, ma ancora ricche di trizio, un isotopo dell’idrogeno. Il volume è significativo, poiché già adesso un migliaio di grossi serbatoi stoccano più di un milione di metri cubi d’acqua al trizio. E non manca fisicamente lo spazio dove stivare le acque che continueranno a essere prodotte dal processo di smantellamento, come testimonia un rapporto della Ieaa (International Atomic Energy Agency) del novembre scorso. Inoltre, la stessa Ieaa affermava che “lo stoccaggio fuori terra […] può essere solo una misura temporanea, mentre è necessaria una soluzione più sostenibile” e che “va urgentemente presa una decisione sul percorso di smaltimento definitivo”. Di per sé, il trizio viene considerato innocuo, in quelle concentrazioni, poiché cancerogeno per l’uomo solo a livelli molto elevati; né si sono osservati effetti negativi sulla salute umana o sull’ambiente a causa di questo isotopo. Vari esperti, come scrive James Conca su Forbes, ritengono perciò che la diluizione in mare aperto sia la soluzione migliore.

Il governo è tuttora preoccupato, soprattutto per il timore dell’impatto psicologico sul mercato del pescato giapponese e coreano. E, in ossequio al principio di precauzione e con l’occhio al mercato, il dado non è stato ancora tratto. A 5 anni dal disastro, la contaminazione radioattiva del pescato era scesa esponenzialmente, ma alcune specie sedentarie di pesci commestibili, dagli scorfani alle cernie catturati nel mare di Fukushima, avevano concentrazioni di Cesio 137 ancora superiori a 10mila becquerel al chilo. La stessa quantità delle acque di rifiuto da smaltire rende il problema assai difficile da risolvere, come affermano alcuni esperti europei di sicurezza nucleare. E, scrive il corrispondente da Tokio Justin McCurry su The Guardian, “Tepco ha ammesso lo scorso anno che l’acqua nei suoi serbatoi conteneva ancora contaminanti accanto al trizio”. La Tepco è l’azienda che gestiva la centrale nucleare di Fukushima e ne cura lo smantellamento, secondo lo schema di “chi rompe paga” o, almeno, si preoccupa di sanare la piaga.

Il decomissioning delle installazioni nucleari richiede tempi molto lunghi. Dopo il disastro americano di Three Miles Island, 28 marzo 1979, il contenitore del nucleo parzialmente sciolto del reattore fu aperto per la prima volta 11 anni dopo l’incidente. E l’orizzonte di ripristino del sito, oggi in dismissione, è ancora lontano: si sta tuttora operando la rimozione del combustibile nucleare dell’Unità 1 dal reattore dopo lo spegnimento; e le barre di combustibile si raffredderanno nelle vasche per tre anni fino a quando non saranno spostate in contenitori sigillati fuori terra, nel 2022. Le torri di raffreddamento del reattore e altri componenti di grandi dimensioni rimarrebbero però in piedi fino al 2074; e tutto il materiale radioattivo verrebbe immagazzinato o rimosso in piena sicurezza dal sito solo entro il 2078. Al costo di un miliardo e duecento milione di dollari.

Per molteplici ragioni, l’acqua è la principale protagonista del decommissioning. Se, durante l’esercizio, è sempre troppo poca, in fase di smantellamento è sempre troppa. Dopo l’incidente, la Tepco stimava che l’impianto avesse rilasciato nel terreno almeno 300mila metri cubi d’acqua radioattiva. E solo per impedire alle acque di falda acque di raggiungere i tre edifici danneggiati del reattore di Daiichi, la Tepco ha speso 325 milioni di dollari di fondi pubblici per costruire una barriera sotterranea ghiacciata che raffredda il flusso a meno 30 gradi Celsius. Un muro capace soltanto di ridurre questo flusso da circa 500 metri cubi al giorno a circa 100, non di annullarlo del tutto.

Sto per iniziare il corso di Eredità nucleare e sostenibilità ambientale, che propone una didattica innovativa dove i contributi multidisciplinari (dall’ingegneria industriale a quella civile e ambientale, fino alla pianificazione territoriale e all’architettura) saranno declinati in modo interattivo. L’obiettivo è ragionare sulla soluzione del problema nostrano di stoccaggio delle scorie nucleari. Che sia importante lo sappiamo da molto tempo; ciò nonostante lo abbiamo del tutto trascurato. Ora sta diventando particolarmente urgente, se vogliamo rispettare gli obblighi internazionali. Invero, nel prossimo futuro il decomissioning proporrà all’umanità intera una sfida gigantesca, poiché la progressiva obsolescenza degli impianti di tutto il mondo richiederà enormi investimenti per vincere questa sfida in sicurezza. Non soltanto per sanare gli effetti degli incidenti.

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