Durante la crisi di governo, qualunque persona avesse a cuore l’emergenza climatica e il problema del riscaldamento globale aveva solo un timore: che si andasse al voto senza un accordo Pd-5stelle, con conseguente vittoria di una destra non solo irrispettosa dei diritti umani e dei migranti ma anche indifferente, nel migliore dei casi, alla questione climatica. Per fortuna così non è stato. E nel programma che i 5stelle hanno stilato insieme al Pd è da segnalare una novità: la parola “cambiamento climatico” compare ben due volte, e non credo di dire il falso affermando che si tratta della prima volta che il tema entra in un programma di governo.

Venendo ai singoli punti nei quali si parla di ambiente e clima. Subito all’inizio (punto n. 2), si allude, giustamente, a una nuova flessibilità con l’Europa rispetto al tema della riduzione delle diseguaglianze e della “sfida della sostenibilità ambientale”. Ma il paragrafo specificamente dedicato all’ambiente è il 7, dove si parla di un Green New Deal, e di un “radicale cambio di paradigma culturale” che porti a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità nei principi costituzionali.

Inoltre, si legge, “tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici”. Si parla poi di incentivare le imprese socialmente responsabili, perseguire la eco-innovazione, introdurre un fondo per iniziative imprenditoriali ecologiche, sviluppare la tecnologia in modo da consentire la “transizione ecologica” e – addirittura – indirizzare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare.

Legato al cambiamento climatico, anche se in maniera indiretta, è anche il punto 9, che prevede massima priorità agli interventi per la messa in sicurezza del territorio e il contrasto al dissesto idrogeologico, l’efficientamento energetico e la mobilità sostenibile. Nello stesso punto il governo si impegna a intervenire sul consumo del suolo e il contrasto alle agromafie e, infine, a vietare il rilascio di nuove concessioni di trivellazioni, ma solo per il futuro.

Punto di peso anche quello sull’agricoltura: qui gli obiettivi sono quelli di sviluppare la filiera agricola e biologica, contenere il consumo di suolo, accrescere la qualità del territorio, tutelando le specificità produttive e le aziende agricole giovanili, investire nella ricerca sulla sostenibilità delle coltivazioni e il contrasto ai mutamenti climatici.

Restano i dubbi. Nel programma si parla di acqua bene comune e della necessità di approvare subito una legge sull’acqua pubblica. Nessuna parola però – tranne che nel capitolo sull’agricoltura, dove si parla di uso “efficiente e sostenibile” – sul problema della futura crisi idrica, sulla necessità di razionalizzare il consumo o su come si affronteranno le emergenze dei prossimi anni. Altro dubbio riguarda la vaga norma a favore degli animali e di contrasto ad ogni forma di violenza nei loro confronti: ma nessun accenno è fatto al dramma, e allo scandalo, degli allevamenti intensivi.

C’è poi un problema culturale di fondo, che riguarda però quasi tutti i governi europei, anche i più progressisti. Ovvero la convinzione che lo sviluppo sostenibile, o “sviluppo verde”, di cui si parla nel punto 3, sia qualcosa di scontato e ovvio. La retorica della “crescita” resta, non viene messa in discussione, anzi si dà per scontato che sarà facilmente coniugabile con l’ambiente. Nel programma la transizione in chiave ambientale viene paragonata a una “quarta rivoluzione industriale” che va a braccetto con digitalizzazione e intelligenza artificiale. Purtroppo, il mito della “crescita green” viene messo ormai in discussione da molti critici acuti.

Il contrasto ai cambiamenti climatici, così come uno stile di vita davvero sostenibile, potrebbe richiedere scelte di radicale descrescita e di vita, personale e collettiva, più frugale. In breve, c’è un conflitto tra il paradigma della crescita e il contrasto al riscaldamento, ma metterlo in discussione richiederebbe in primo luogo la consapevolezza che il primo e più grande problema che dovremmo affrontare è quello della crisi climatica.

Le misure del nuovo governo vanno bene, ma non fanno trapelare alcuna consapevolezza di questo livello di emergenza. Eppure è a partire dalla crisi climatica che andrebbero riscritti i programmi di governo, perché il riscaldamento globale andrà ad incidere su tutti i settori, nessuno escluso. Per fare un esempio: si parla di permettere ai giovani di crescere nel nostro paese e far tornare quelli andati all’estero, così come si parla di rilanciare il sud valorizzando il territorio e le sue risorse.

Ma come si potranno garantire questi due obiettivi se il nostro sud rischia una progressiva e drammatica desertificazione a causa del clima, e così il nostro intero paese, in un vicino futuro esposto a crisi idriche e ambientali? Come dicevo, una visione così radicale purtroppo non è presente in quasi nessun governo europeo, anche se appare ormai evidente che, ad esempio, il Pil sarà in futuro del tutto clima-dipendente. Tutto andrebbe, in altre parole, ripensato.

Nel frattempo, comunque, portiamo a casa la rielezione di un ministro competente all’Ambiente come Sergio Costa e una serie di impegni sull’ambiente che si spera saranno rispettati. Nella speranza che, almeno, questo governo dichiari presto l’emergenza climatica, cosa che il governo precedente non ha voluto fare. Sarebbe almeno un segnale importante, soprattutto per un’opinione pubblica ancora colpevolmente tenuta all’oscuro della gravità della situazione.

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