Pietro Marcello l’avevamo perduto in mezzo a qualche onda del mare della vita. Meno male che Barbera&Co. l’hanno selezionato in Concorso a Venezia 76. Perché Marcello ci ha appena incantato con il suo Martin Eden. In pochi lo conoscono. E chi lo conosce (La bocca del lupo o Bella e perduta, ma c’è anche molto altro) se lo tiene sempre stretto nel taschino dei ricordi perenni. Perché Marcello fa un cinema tutto suo. Inutile usare aggettivi come “personale”, “originale”, “singolare”. I film del regista casertano sono film marcelliani e basta.

“Non bisogna avere modelli”, ci spiega lui dal Lido citando Robert Bresson. E infatti Martin Eden, come i suoi lunghi e corti precedenti, non si rifà a mode pop o paradigmi ascetici del momento. Marcello fa una cosa semplicissima: filma. Filma ciò che ha in testa. Un’idea su tutte: mescolare, anzi meglio usare, sequenze d’archivio con il girato ex novo dalla sua produzione sul set. L’idea applicata ne La bocca del lupo, appunto, un film con due attori non professionisti e un minutaggio d’archivio più ampio, ci lasciò senza fiato. Qui con Luca Marinelli a interpretare il marinaio Martin, Carlo Cecchi a fargli da augusta “spalla”, e due meraviglie di bellezza e intensità come Denise Sardisco e Jessica Cressy, Marcello pianta la bandierina sul terreno di un’impressionante maturità artistica.

Tratto dal romanzo del 1909 di Jack London, Martin Eden è ambientato in una sorta di fluttuante italiano Novecento, non ancora travolto dal consumismo materiale del dopoguerra. Il porto e la città d’accoglienza sono quelli Napoli. Martin è un marinaio abbastanza forzuto per dare un pugno e stendere un nerboruto guardiano che sta pestando Arturo, un ricco rampollo della borghesia industriale, ma è anche un attraente ragazzo che si innamora, e fa innamorare, la sorella del rampollo, Elena. Martin è povero. Elena è ricca e istruita. Così per il ragazzo il colpo di fulmine porta con sé anche l’improvviso desiderio di emancipazione culturale e sociale. Martin si appassiona alla poesia. Privo persino della licenza elementare, legge, acquista, divora decine di libri. Con Elena a fargli da amorevole e severa insegnante ambisce a diventare scrittore, provando a ribaltare quel destino che lo vuole lavoratore di fatica tra fonderie e navi. Solo che ogni tentativo di essere apprezzato per i suoi componimenti risulta vano, come del resto è vana l’accettazione della famiglia borghese di un possibile genero proletario. E nello slancio di conoscenza, permeabile a concetti e versi, conscio comunque della sua condizione inferiore di classe, Martin viene a contatto e sposa le teorie evoluzioniste di Herbert Spencer, i prodromi del socialismo e dell’anarchismo pre 1921, finendo in un limbo di nichilismo individualista.

Con in apertura una sequenza del 1 maggio del 1920 con l’anarchico Malatesta sul palco, Martin Eden è una danza continua, ammaliante, suggerita e ipnotica tra tracce documentarie del passato (“il contrappunto nel montaggio”, le definisce il regista) e sequenze dell’ipotetico qui ed ora della narrazione. Le due fonti di materiale filmato dapprima dialogano dialetticamente (citiamo la soggettiva del protagonista Martin con lo scavalcamento di campo e l’immagine anni 60/70 di una bimba che guarda in macchina) e poi senza che ce ne accorgiamo con nettezza si integrano in un corpo organico (la metafora del vecchio vascello in bianco e nero richiamata più volte fino all’affondamento), per un cinema che fa palpitare passioni intime e deflagrare conflitti sociali, per un racconto che ha spazio per il narcisismo suicida del singolo e le roboanti rotture del tempo storico del secolo appena passato. Tutto rigorosamente magmatico, con frammenti e inquadrature che sembrano fatti di straordinaria materia grezza ancora in divenire. “L’imprevisto e l’imprevedibile diventano set”, spiega Marcello che ha girato nel formato clamorosamente vintage del 16mm.

Eppure Martin Eden sembra parlare al presente come nessun film visto fino ad ora a Venezia 76. Coadiuvato dall’ottimo Maurizio Braucci in sceneggiatura, Marcello ci interpella con forza sui contrasti economici tra ricchi e poveri che sono ancora dietro l’angolo delle nostre strade, i sempiterni tentativi di scalata sociale dal basso che si imbattono eternamente nelle maglie del capitalismo più bieco, e ci apre squarci metaforici sull’oggi con un paio di sequenze (la cena a casa di Elena, redde rationem tra riformisti e massimalisti, o quella in trattoria dove appare il dannunziano Giordano Bruno Guerri) che sembrano tratte da qualche colonna di cronaca nei giornali di ieri o l’altro ieri. Seppur concludendosi con un’ultima parte dove Marinelli è perno di un teatro delirante alla Carmelo Bene, Martin Eden ha l’ascetico splendore di una tragedia inevitabile. E tanto Marcello è artista/creatore istintivo, spasmodico, viscerale, quanto Martin Eden è un ufo, talmente lontano dal cinema italiano contemporaneo dei tinelli bianchi da dare le vertigini. Co-produce, tra gli altri, perfino Beppe Caschetto che di solito vive con gli show di Luciana Littizzetto e Fabio Volo. Che la giuria di Lucrecia Martel non si dimentichi del film quando ci sarà da assegnare il Leone d’Oro.

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