Prego, alzatevi in piedi ad applaudire il regista e sceneggiatore Noah Baumbach. The Marriage Story, in Concorso a Venezia 76, è già nostro Leone d’Oro. Una love story su una sofferta separazione tra due splendidi 35enni come Adam Driver e Scarlett Johansson. Lui esigente e bonario regista teatrale engagé tra premi universitari e Broadway. Lei puntuta e determinata figlia d’attrice che soffocata nella possibile carriera si accontenta di recitare con successo per il marito fino a quando non riceve una chiamata dalla California per una serie tv. In mezzo il figlioletto che sta appena imparando a leggere.

The Marriage Story inizia in medias res, come fossimo dentro alla storia d’amore di Nicole e Charlie da mesi e anni. Due lettere/elenco che lui scrive a lei, e viceversa, con tutti i pregi l’uno dell’altro. Una trovata di una dolcezza indicibile montata con rapide occhiate sulla quotidianità dei due protagonisti. Anche se è solo un disperato tentativo di riconciliazione di fronte ad un mediatore. Bastano così pochi minuti e l’amo di Baumbach (autore di Frances Ha e Giovani si diventa) aggancia lo spettatore. Sulla vita borghese newyorchese dei due si affaccia “lo spazio” frivolo di Los Angeles e nulla sarà più come prima. Nicole accetta la serie tv e parte con il figlio alla volta della briosa casa di mamma e sorella, promettendo a Charlie (legatissimo alla suocera) un allontanamento in amicizia, senza astio e strascichi legali. Lui, travolto dal successo del suo ultimo spettacolo, sembra convinto che non sia accaduto nulla e tutto si appianerà. Lei passo dopo passo si allontana senza però mai chiudere del tutto.

Per questo assistiamo a qualcosa di narrativamente abbastanza insolito: una commedia che vuole seppellire il dramma senza riuscirci mai del tutto, un film sull’amore indistruttibile in contrasto con il gesto di rottura che i due stanno compiendo. Eppure è proprio questo il miracolo drammaturgico di Marriage Story. Tenerti continuamente in bilico tra lo sfarfallare dei sentimenti e la prosaicità nell’agire dei protagonisti. Provare a farti capire se i due (anzi tre) avvocati di grido (Laura Dern, Ray Liotta e Alan Alda) risulteranno più bastardi e avidi di quello che si poteva lontanamente pensare. Se quel cuccioletto d’uomo, infine, riuscirà a ricucire tra papà e mamma quello che sembra naturale dover avvenire. Lontanissimo parente di Kramer contro Kramer, ispirato a Persona di Bergman, radicato nella poetica e negli archetipi del vecchio cinema di Woody Allen (il contrasto Est/Ovest, teatro/tv) con tanto di sfilata di suoi attori come Wallace Shawn (il Geremia di Manhattan), Alda (Crimini e misfatti) e Julie Hagerty (Una commedia sexy…), The Marriage story è uno di quei film in cui tutto sembra funzionare alla perfezione.

Dalla chimica dei comprimari, dalla scorrevolezza del racconto (due ore di film che filano come un treno), dall’intensità con cui Driver e Johansson recitano saltellando sulle punte di un dramma che non sembra esplodere mai, se si eccettua una sequenza impressionante di lite improvvisa che nemmeno il De Niro o il Marlon Brando dei tempi d’oro. Rispetto al classico plot alleniano però, Baumbach sembra come concedere qualche frammento in più al personaggio maschile. Quel papà che silenziosamente subisce e si fa in quattro facendo la spola New York-Los Angeles pur di non perdere la custodia del figlio e che ci regalerà un sottofinale liberatorio con un karaoke da brividi. Baumbach sarà regista tutto di dialoghi e di tensione orientato sulla parola, ma alcune inquadrature soprattutto della poco amata Los Angeles sembrano luminose tele di William Merritt Chase. Produce e distribuisce (pare anche nelle sale italiane) Netflix.

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