Non solo in Italia, ma in tutta Europa, l’assioma del controllo di gestione è il faro che guida la società, sia nel mondo dell’impresa sia in quelli dei servizi o delle funzioni pubbliche. La fede nella sua funzione salvifica scaturisce da una visione pessimistica della natura umana, giacché presuppone che gli individui e i funzionari, eletti o nominati o anche solamente incaricati quali pubblici servitori, si comportino in realtà come attori razionali ed egoisti. E che lo stesso avvenga lungo tutta la catena gerarchica dell’impresa, dove si reclama una fedeltà assoluta. Insomma, si dà per scontato che, nel migliore dei casi, gli uomini siano mascalzoni che fanno gli affari propri; nel peggiore che non facciano nulla di sensato.

È una visione condivisa anche nelle Americhe, ma il pessimismo europeo la declina con particolare fervore: l’essere umano è sempre e comunque un peccatore, se non può dimostrare il contrario. Negli Stati Uniti vale ancora l’opposto: l’onere della prova spetta al controllore, come insegna l’indagine sul presidente condotta dal procuratore speciale Robert Mueller. Per questo motivo, la punizione, severa negli Usa, lo è meno in Europa; ancor più modesta in Italia, soprattutto per i mascalzoni che si pentono per poi ripetere le loro mascalzonate senza vergogna.

Nell’ambito dell’università italiana, gli studenti e i docenti, i ricercatori e i tecnici sono tutti peccatori, mascalzoni di default e l’ossessione del controllo di gestione è diventata pervasiva. Come racconta Elena Dusi su Repubblica del 13 giugno scorso: “uno scienziato italiano che vuole acquistare un qualsiasi strumento di ricerca deve seguire 40 procedure”. Nonostante i fondi per l’acquisto giungano da finanziamenti che lo scienziato si è faticosamente procurato, giacché l’istituzione neppure gli fornisce il desktop con cui leggere le direttive impartite ogni giorno via email. Lo studente, se non è bollato come bamboccione, viene comunque trattato come un consumatore. E nella carriera dei docenti, le funzioni organizzative e burocratiche pesano sempre più nella promozione di uno studioso, idoneo in base all’Abilitazione scientifica nazionale.

Per caso, ho riletto un articolo che pubblicai su una rivista ormai scomparsa (In Europa, vol. 10, n.3). Era l’anno 2000, quando raccontavo: “Un progressivo pessimismo, sintomo di una possibile inversione di tendenza, sta prendendo il posto dell’entusiasmo un po’ velleitario (degli anni 90) alla scoperta dell’Europa. I meccanismi di finanziamento sono diventati cervellotici, più favorevoli al supporto dell’establishment tecnologico che all’innovazione, e riflettono l’insistita necessità di coinvolgimento dell’industria pubblica e privata nella ricerca. Ciò si tramuta in progetti assai lontani dalle frontiere scientifiche, ma piuttosto improntati alla rivisitazione di esperienze professionali, imbellettate con il make-up della ricerca innovativa. Con questa attitudine, il sistema sta virando verso la burocratizzazione assoluta, che privilegia le relazioni patinate a scapito della sostanza dei contributi innovativi”.

Parlando dei giovani ricercatori, soprattutto del Sud, scrivevo: “Devono anche misurarsi con l’attuale sanatoria accademica, mascherata da autonomia di reclutamento, che rischia di fare invecchiare di colpo le nostre università, eliminando intere generazioni dal mondo della ricerca. Devono cavalcare la vera o finta privatizzazione delle istituzioni scientifiche e accademiche, che fa soppesare ogni investimento scientifico su orizzonti temporali misurabili in giorni, al più settimane o mesi. E devono veleggiare sull’imbarazzo e lo sconcerto di fronte all’emergenza che fa da motore economico degli investimenti. L’identità europea non s’intravede ancora da Bruxelles e da Strasburgo, ma è ancor più lontana se la guardi dalla Locride”.

Dopo vent’anni, il pessimismo di quelle considerazioni non era del tutto infondato.

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