I lavoratori del Porto Canale di Cagliari dal primo settembre potrebbero trovarsi senza lavoro. La procedura di licenziamento annunciata dalla Cict, società concessionaria dello scalo sardo che intende cessare l’attività entro il 31 agosto, è una minaccia sempre più concreta per i 210 dipendenti, dato che al momento non c’è nessun riscontro da parte dell’azienda alle proposte dei sindacati, che chiedono – in attesa di un piano di rilancio – almeno la cassa integrazione a 12 mesi. Era questo anche il programma stabilito nell’ultima riunione al Mise, datata 31 luglio, mentre sul fronte della presidenza del Consiglio si sarebbe dovuta cercare la mediazione capace di superare i veti contrapposti fra diversi dicasteri per sbrogliare la matassa delle autorizzazioni ambientali che bloccano una parte dei possibili investimenti sull’area del Porto Canale. Ora la crisi di governo non fa che complicare le cose.

Per questo l’assemblea dei lavoratori ha deliberato pochi giorni fa il presidio permanente del porto, per richiamare l’attenzione su una vertenza non solo sarda, ma con potenziali risvolti sulla competitività mediterranea dell’intero paese. “I tempi stringono, il Mise deve immediatamente convocare il tavolo perché la priorità è la difesa dei posti di lavoro”, dicono i sindacati. La Regione ha fatto un passo in avanti, proponendo un pre-accordo all’assessorato al Lavoro prima della chiusura definitiva a Roma. Ma non basta. In attesa di sapere quali saranno le mosse della Cict, fanno sapere i sindacati, occorrerebbe dare respiro alla trattativa con la proroga almeno al 30 settembre della dead-line per i licenziamenti.

La società per adesso ha manifestato la sua generica disponibilità a riprendere la discussione per la prossima settimana, a Roma. Ecco perché pur nelle difficoltà del momento politico, servirebbe far ripartire subito il tavolo interministeriale di crisi. C’è da capire, ad esempio, quali siano le reali intenzioni del gigante tedesco Contship, casa madre della Cict, nei confronti del Porto Canale di Cagliari: da tempo infatti i sindacati denunciano una strategia di delocalizzazione strisciante a scapito dell’Italia e a favore dei porti industriali del Sud Mediterraneo, soprattutto a Tangeri, dove il grande terminalista europeo ha stabilito la sua nuova base operativa destinata, secondo molti, a sostituire integralmente nel giro di un anno l’hub sardo.

È durissima in questo senso la nota del segretario generale della Uiltrasporti Sardegna, William Zonca. Il sindacalista punta il dito contro le recenti dichiarazioni dell’Ad Contship a Tangeri Andrea Cervia, tutt’ora anche Direttore Generale a Cagliari: “Le dichiarazioni di Cervia, secondo con le quali Contship annuncia di continuare a sviluppare il terminal di Tangeri, ritenendolo centrale nel settore del transhipment del mediterraneo, smascherano finalmente le vere intenzioni dell’azienda che continua a sostenere, a giustificazione della crisi di Cagliari, che il transhipment sia un settore in crisi. Contship getta finalmente la spugna sulla propria strategia aziendale, con la quale ha voluto affossare il Porto Canale di Cagliari, provando a dipingere una realtà del mercato di parte, che non rispecchia la verità ma che mira a eliminare un proprio concorrente dal mondo del transhipment. Sarebbe opportuno che si mettesse finalmente termine a questo inaccettabile e manifesto conflitto di interessi con le immediate dimissioni dall’incarico del dottor Cervia a Cagliari e con la fuoriuscita di Contship da Cict”.

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