Moria di pecore in alta quota, sulle montagne del Trentino. Su un gregge di 600 capi, ben 180 animali sono stati trovati senza vita nei pascoli di Borzago, sopra Spiazzo Rendena. Praticamente una strage che ha interessato quasi un terzo degli ovini, arrivati, secondo quanto accertato dalla Stazione della Forestale di Spiazzo, il 6 luglio dalla provincia di Modena. Qual è la causa? Malattia o denutrizione? Nel primo caso dovrebbero essere adottati provvedimenti sanitari anche nei confronti degli altri animali. Nel secondo caso, invece, potrebbero scattare denunce per maltrattamenti nei confronti di chi si è occupato del trasferimento in montagna e della cura del gregge.

La risposta arriverà dagli esami autoptici che saranno eseguiti dall’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, con sede a Legnaro, alle porte di Padova. Ma qualche valutazione è già stata fatta: pare che le pecore fossero già in condizioni di magrezza quando sono arrivate in Trentino. L’assenza di attitudine alla vita in quota potrebbe poi avere avuto un ruolo nell’incapacità di brucare l’erba e, quindi, di assimilare le necessarie energie per sopravvivere. Intanto, i medici dell’Asl hanno emesso un’ordinanza, vietando l’alpeggio di nuovi capi finché la situazione non si sarà chiarita e indicando alcune prescrizioni che dovranno essere seguite dal veterinario aziendale.

Della vicenda si sta interessando anche l’Ente nazionale protezione animali (Enpa) del Trentino: “Le indagini – spiega la presidente regionale Ivana Sandri – sono svolte dalle forze dell’ordine e noi seguiamo l’evolversi della situazione, ai fini della costituzione di parte civile in un eventuale processo per maltrattamenti nei confronti degli animali. Le pecore erano molto, ma molto magre. Solo l’autopsia potrà dire se fossero in grado di affrontare la ‘monticazione‘”. Ovvero la transumanza, che però non è avvenuta a piedi, con accompagnamento di cani e pastori, ma a bordo di camion. “Una pecora che viene dalla pianura deve affrontare un habitat per lei nuovo. Deve vivere in quota e procurarsi il cibo. Occorrerà verificare se il gregge sia stato seguito adeguatamente dai pastori”, conclude la presidente dell’Enpa.

Tanti interrogativi, ma a monte c’è il fenomeno del “prestito” delle pecore, ai fini del pascolo, per mantenere i contributi assegnati dalla Politica Agricola Comune (Pac) europea e dal Piano di sviluppo rurale provinciale. Si tratta di contributi che variano dai 200 ai 300 euro per ettaro pascolato, se le aziende sono di recente costituzione. Ma si può arrivare anche a 500 o mille euro per le aziende di pastorizia storiche. Le pecore, insomma, diventano un mezzo per lucrare finanziamenti, a prescindere dalla loro capacità di affrontare prima un trasferimento e poi la vita in alpeggio.

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