La mossa di Matteo Salvini non solo per Luigi Di Maio è “un bluff”, ma è destinata a scontrarsi con la chiusura del Colle. La “sfida” ai 5 stelle del leader della Lega che prevede di approvare la riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari e quindi il ritorno al voto immediato è ritenuta “inconciliabile” con quanto previsto dalla Carta. Il Capo dello Stato, come riferito dai retroscena dei quotidiani, si è detto “sorpreso”, e come osserva il Corriere della sera quindi molto innervosito, dalla scelta del ministro dell’Interno di “cambiare le carte in tavola” ipotizzando “uno scenario che non sta né in cielo né in terra”. Le parole che trapelano dal Quirinale per definire la proposta di Salvini sono “azzardo”, ma si parla anche di “una mossa istituzionalmente scorretta e sgrammaticata per l’equilibrio dei poteri“.

Sul punto Mattarella, come viene ricordato dai suoi consiglieri, si era già espresso a cavallo della crisi: se il Parlamento approva la riforma costituzionale che taglia il numero degli eletti, non si può tornare al voto prima di “sei o sette mesi”. La base è l’articolo 138 della Costituzione, là dove prevede che se la riforma della Carta viene approvata senza una maggioranza dei 2\3 di Camera e Senato, entro tre mesi uno 1\5 dei deputati o dei senatori o 500mila elettori o 5 consigli regionali possono chiedere “il referendum confermativo”. Se le Camere vengono sciolte subito dopo l’approvazione delle legge, chiaramente viene tolto il diritto ai parlamentari di chiedere la consultazione popolare. Secondo Repubblica, è stato Roberto Calderoli a suggerire la mossa a Matteo Salvini, facendo leva sulla riforma costituzionale del 16 novembre 2005. In quel caso il referendum (che bocciò la riforma) si tenne a giugno 2006, nel mentre (ad aprile) c’erano state sì le elezioni politiche, ma il diritto dei parlamentari di chiedere la consultazione non era stato ostacolato. Inoltre, non da ultimo c’è l’argomento della riforma: nel 2006 si parlava di poteri alle Regioni, qui si intende riformare e ridisegnare il Parlamento. Quindi per il Colle è “inaccettabile” usare la modifica delle istituzioni come campo di battaglia politica se non già elettorale.

La direzione del resto è già stata indicata dal calendario di Montecitorio ieri sera. La riforma è stata calendarizzata per il 22 agosto, ovvero dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio alle Camere e presumibilmente il passo indietro di Giuseppe Conte. E la Camera non potrà discutere la riforma costituzionale, salvo “un accordo sul calendario votato all’unanimità dai gruppi”. A quel punto toccherà al Quirinale e, come ha fatto sapere in questi giorni lui stesso tramite i suoi consiglieri, “non sarà lui ad assumersi iniziative che spettano ai partiti, come ad esempio quella di formare nuove maggioranze”. Interverrà basandosi, come ha ricordato, solo sulla Costituzione.

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