I Verdi sono contro il Tav. Questo Tav. Quello della Val di Susa. Perché diciamo sì, sia chiaro, a linee veloci nel Sud Italia, allo sviluppo della rete ferroviaria locale, oggi in disarmo, a un piano straordinario d’interventi sul dissesto idrogeologico di cui il Paese avrebbe urgente bisogno. Il no al Tav è un sì incondizionato ai miglioramenti della linea attuale, all’inasprimento delle tariffe del trasporto merci su gomma in grado di produrre esiti positivi, e di lungo termine, sull’offerta ferroviaria. È un sì alla soluzione delle criticità del nodo di Torino. Ma è un no, serio e motivato, a questo Tav.

Il perché è presto detto.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: non stiamo parlando di una linea ad alta velocità. Del vecchio progetto, anni Novanta, di 270 chilometri, da Lione a Torino, rimane oggi un tracciato di 57,5 chilometri, il tunnel da Saint-Jean de Maurienne a Susa, che sarà operativo, forse, dopo il 2030. Un tunnel senza nuove vie d’accesso, che saranno aperte dopo il 2038, almeno così sostengono i francesi.

Non c’è abbastanza traffico e non ce ne sarà nei prossimi decenni: i flussi merci scelgono ormai l’asse nord-sud e valicano le Alpi attraverso Svizzera e Austria. Già nel 2012 la Corte dei Conti francese sottolineò come il Tav Torino Lione si basasse su previsioni di traffico merci sbagliate, con un costo complessivo esorbitante, 26 miliardi di euro, e senza un’accertata convenienza socio-economica.

Non facciamoci illusioni, il trasporto su rotaia serve, è utile alla causa ambientale, a patto che si disincentivi quello su gomma (che produce inquinamento, CO2, rumore, mortalità…): finché quest’ultimo resta conveniente, nulla cambierà. Da anni in Svizzera, per fare un esempio virtuoso, c’è una tassa sul traffico pesante su gomma con cui è stato in parte finanziato il tunnel del Gottardo. In Italia succede il contrario: l’autotrasporto continua a godere di generosissime sovvenzioni pubbliche. Per dirne una, si sta costruendo, per ragioni di sicurezza, una seconda galleria di servizio autostradale sotto il Fréjus che farà aumentare la capacità e il traffico su gomma lungo quell’asse.

Ricapitolando: il fronte No Tav ha perso la battaglia, ma non la guerra. Il partito trasversale delle Grandi Opere a tutti i costi incassa una vittoria effimera e non definitiva perché le contraddizioni, ne abbiamo citate soltanto alcune, non mancheranno di farsi sentire. I Verdi sono, e saranno, coerentemente, contro questo Tav. Lo sono i Verdi italiani e quelli europei, gli unici ad avere una visione d’insieme delle cose, a guardare all’Europa come un’opportunità e al Tav Torino Lione come un’opera inutile, se non dannosa. La battaglia ora si sposta nel Vecchio Continente, e noi ci saremo.

E per finire: le ricadute politiche del voto parlamentare, con la clamorosa spaccatura tra Lega e 5 Stelle, saranno evidenti nei prossimi giorni e investono i partiti di governo e il maggior partito di opposizione. Sì, anche il Pd. Per ora il Pd è un giallo senza soluzione, il giallo assoluto (come finirà? finirà? quando?), come quello che scrisse Carlo Emilio Gadda alla fine degli anni Cinquanta, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Mal che vada resterà soltanto un pasticcio, l’ennesimo, della sua dirigenza in cerca di una rotta. Senza entrare nel merito delle dispute tra correnti, spesso ridotte a spifferi, la posizione del Pd sul Tav rivela scarsa conoscenza della questione e cecità politica. E un deficit clamoroso di ambientalismo. Il Pd ha tenuto in piedi questo governo. Punto. E i 5 stelle sono un esercito allo sbando che ha tradito le proprie parole d’ordine disvelando la superficialità e l’approssimazione delle sue scelte, e riconsegnando a noi, Verdi, il vessillo dell’ambientalismo. Lo terremo ben saldo.

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