L’annuncio, le polemiche interne, la rinuncia. La decisione di Matteo Renzi di parlare in aula dopo l’intervento del premier Conte sulla questione dei presunti fondi russi alla Lega ha creato scompiglio nel Partito democratico, con il livello dei veleni che non si è abbassato neanche dopo il passo indietro dell’ex premier, che in mattinata ha comunicato che non prenderà più la parola a Palazzo Madama. Un’inversione, quella dell’ex segretario, accompagnata da ulteriori accuse nei confronti dei vertici del partito e degli esponenti vicini a Nicola Zingaretti. Il segretario, da parte sua, ha risposto parlando di “discussione insensata“. Il tutto, al netto delle varie prese di posizione, spiega bene la situazione all’interno del maggiore partito di opposizione, alle prese con l’ennesima recrudescenza della lotta tra il vecchio e il nuovo corso.

Ad aprire la giornata è stata una nota del presidente dei senatori dem Andrea Marcucci, che dopo aver dato notizia della “indisponibilità del senatore Matteo Renzi ad intervenire in aula”, ha comunicato che “oggi pomeriggio, dopo l’informativa del presidente Conte sui rapporti della Lega con la Russia, interverrà in aula a nome del Pd il senatore Dario Parrini, nostro capogruppo in commissione Affari Costituzionali“. La freddezza della nota istituzionale è stata bilanciata dai toni della spiegazione fornita da Renzi sui suoi canali social. “Oggi il Governo è in aula per parlare di Russia, rubli, 49 milioni di euro – ha scritto il senatore semplice di Scandicci – Avevo chiesto di poter intervenire contro Salvini a nome del Pd. La cosa ha suscitato polemiche interne dentro il partito da parte dei senatori vicini alla segreteria. E siccome – ha spiegato Renzi – ritengo assurdo che nel giorno in cui Salvini deve parlare dei suoi guai, una parte del Pd attacchi me ho deciso di rinunciare all’intervento, ringraziando comunque il Presidente Marcucci per la disponibilità”. L’ex Rottamatore poi ha rilanciato: “Penso che ci sia chi continua ad attaccare il Matteo sbagliato – ha aggiunto – Ma penso anche che non valga la pena dividersi su questo: sarò in aula ad applaudire il collega che parlerà a nome del Pd. E poi alle 19 farò una diretta Facebook dicendo ciò che penso della vicenda Salvini e non solo”.

La nota polemica di Renzi ha dato il là alla reazioni incendiarie da parte dei parlamentari vicini all’ex premier. Interventi che invece di placare lo scontro interno hanno contribuito ad esacerbarne i toni. “Renzi rinuncia a intervenire dopo le polemiche nel Pd. Qualcuno ha parlato di metodo, allora ci dicano di che metodo si tratta se l’ex premier, ex segretario, senatore della commissione Esteri, il più bravo comunicatore che abbiamo non deve intervenire in una giornata come questa” ha scritto su Twitter il deputato Michele Anzaldi. “E c’è ancora chi mi viene a parlare di fuoco amico. Qui ormai siamo al tafazzismo allo stato puro” ha detto invece Roberto Giachetti. Ancor più duro Ernesto Magorno: “Che piaccia o no Matteo Renzi è un vero leader stimato e apprezzato in tutto il mondo, rappresenta una risorsa preziosa in questo momento storico. Bisognerebbe valorizzare ogni sua idea, ogni sua singola parola. Invece, qualcuno, lo vede come un problema. È semplicemente assurdo!”. Teresa Bellanova non è stata da meno: “Noi abbiamo un ex Presidente del Consiglio, senatore, invitato in tutto il mondo a fare conferenze. E un governo pericoloso che mente su tutto, creando danni al Paese. Ora, il problema del Pd può essere se Matteo Renzi debba o non debba parlare in aula? Ma cosa siamo diventati?”. Immancabile Carlo Calenda, che ha rilanciato la proposta di dare vita a un coordinamento dei big del Pd, una delle proposte dell’Odg che presenterà alla Direzione di venerdì 26 luglio: “Capite perché non si può andare avanti così. Perché abbiamo bisogno di un luogo dove Renzi, Gentiloni, Zingaretti etc si incontrino e si confrontino”.

Per Lorenzo Guerini, invece, il problema non può essere di metodo: “Oggi che il governo sta vivendo il suo momento peggiore, litigioso su tutto e sempre più dannoso per gli italiani e l’opposizione dovrebbe dimostrarsi unita e decisa, si compie il capolavoro di non far parlare @matteorenzi per ‘un problema di metodo’. C’è qualcosa che non va…”. A parlare del rapporto tra il nuovo corso del Pd e il M5s è stato invece Luciano Nobili, presidente dell’area di minoranza Sempre Avanti di Roberto Giachetti e Anna Ascani: “Mentre Salvini scappa dal dibattito sulle tangenti chieste in Russia dai suoi uomini, il Pd deve rinunciare all’intervento della sua voce più forte, perché non gradito ai senatori vicini a Zingaretti. Evidentemente è zittire Matteo Renzi il valore condiviso con il M5S”. Alessia Morani, esponente di Base riformista, se l’è presa invece con Zingaretti: “Il ‘nuovo Pd’ ha deciso che Matteo Renzi non deve parlare in Senato. Dopo averci epurato dalle Tv ora ci impediscono anche di svolgere il nostro mandato parlamentare. Proprio ‘nuovo’ questo Pd. Complimenti davvero”.

Dopo una serie di attacchi così forti, il segretario dem Nicola Zingaretti è stato costretto a intervenire in prima persona: “Francamente non capisco cosa sta succedendo – ha detto – Una discussione sul Russiagate sta diventando una discussione sul Pd. Ieri ho incontrato i due capigruppo in uno spirito molto positivo e di totale collaborazione per coordinarsi oggi dopo l’intervento di Matteo Renzi in aula a nome di tutto il Pd. Ora riesplode una polemica insensata – ha aggiunto – In momenti come questi ci vuole molta responsabilità e rispetto da parte di tutti perché gli avversari sono fuori di noi, l’Italia ci chiede di combattere uniti. Riguardo all’intervento in aula ho parlato ieri – ha sottolineato ancora Zingaretti – con il capogruppo al Senato, assicurando pieno sostegno e totale autonomia al gruppo e nessun problema rispetto a qualsiasi scelta si sarebbe fatta. Mi risulta che dopo la discussione fossero tutti d’accordo. Che poi in un gruppo parlamentare diventi lesa maestà discutere su chi deve intervenire mi sembra un po’ esagerato”.

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