C’è poco da stare allegri. Andare al cinema durante questa lunga estate artificiale del mercato, il MovieMent voluto da Mibac e Anica, può fare solo brutti scherzi. Quello che ad esempio doveva essere uno dei titoli di punta di luglio, Spider-Man: Far from home, è un superhero movie così moscio che non si risolleva nemmeno con una vagonata di pop-corn acquistati all’intervallo.

Dopo otto mesi dalla fine di Avengers: Endgame (++++++ SPOILER ++++++ quindi con la morte di Stark/Iron man/Robert Downey Jr.) il nuovo uomo ragno, il Peter Parker interpretato dal giovane, qua già un po’ vecchio, Tom Holland, è in trasferta in Europa con la scuola. Quindici giorni di pace che ovviamente saranno un inferno. Attorniato dall’amico Ned (Jacob Badalon), che se la spassa con una biondona niente male, e dall’amata, senza essere ricambiato, MJ (Zendaya), Peter dovrà fare i conti con le megalomani mire di Mysterio (Jake Gyllenhaal), o meglio Quentin Back, ex dipendente di Tony Stark. Spacciandosi per una brava e affidabile persona Back riceve proprio da Peter gli occhiali EDITH che controllano i droni da combattimento e i nuovi software della Stark Industries. Ma Back non è altro che un impostore pronto a conquistare il pianeta proprio grazie all’aiuto dei superpoteri fornitigli dagli EDITH. La sfida sarà allora, con malavoglia tra Spider-Man e l’Ementale d’aria, creatura che si forma grazie ad una fitta rete di proiezione di pixel da parte dei droni.

Se l’arrivo a Venezia, prima tappa della gita degli scolaretti, è accompagnata dalle note di Umberto Tozzi, poi tra le calli si sentono echeggiare mandolini, mancano giusto la pizza e gli spaghetti e la cartolina dell’Italia, la solita, nonostante si sia oramai nel 2019, è fatta. Spider-Man: far from home però non è principalmente attaccabile dal punto di vista della creazione degli stereotipi geografico/culturali (quello sull’Olanda e il campo di tulipani è altrettanto inverecondo, ma tant’è), semmai lo è per questo suo mood adolescenziale, sciocchino, superficiale, che abbassa di dieci spanne il tasso ludico multi generazionale di Homecoming. Un teen-movie come un altro, niente di più niente di meno, con gli adulti che si comportano come bimbi, con questa comicità dolciastra e appiccicosa anche quando sono i villain a comandare il gioco, quasi ad esorcizzare definitivamente le “grandi responsabilità” di Peter Parker sempre restio a fare il suo dovere. E se sempre in Homecoming la dinamicità coreografica di Spider man cuciva mezzo film, con una energica idea di semisoggettiva, ultra computer grafica per carità, ma fatta tutta di salti, di pancia e di vertigini, qui l’uomo ragno riserva le sue acrobazie solo come tara degli scontri con l’Ementale e Mysterio. Rendendo il film più rallentato, floscio, privo di peso specifico.

Per non parlare di quel supplizio che è Domino di Brian De Palma. Lungometraggio numero trenta di un genio del cinema. Un artista che ha saputo riattualizzare in maniera hollywoodianamente spettacolare le lezioni teorico/formali di Godard, oggi però ridotto a girare un film che nemmeno Roger Corman avrebbe consentito per uno slot pomeridiano di un nickelodeon. Va bene, l’autore di Carlito’s way ha disconosciuto questo film, frutto delle solite, classiche risse tra produttori e autori, ma il risultato finale che porta la sua firma è comunque imbarazzante.

Deficitario nella scrittura, anonimo e in alcuni momenti quasi autoparodico nello stile, Domino, sopra ogni cosa, non fa intravedere una stilla che una dell’incommensurabile talento del suo autore che già, va detto si stava dissolvendo tra le sinistre pieghe di Redacted e Passion. Ovviamente il genere è quello thriller, venato da un flaccido poliziesco, e incapsulato in uno spazio angusto e fortuitamente sovraccarico di colori caldi che nemmeno in un film di Gaspar Noé. In una Copenaghen del 2020 (?) il poliziotto Christian (Nikolaj Coster-Waldau de Il Trono di spade) risponde con il collega ad una chiamata di schiamazzi notturni ma dimentica la pistola a casa. Chiaramente la pistola sarebbe servita perché l’autore degli schiamazzi è una sorta di terrorista dell’Isis che ha sgozzato un altro tizio con un arsenale di tritolo in casa e ora si libera delle manette e sgozza pure il collega di Christian.

La rumba apparentemente d’azione inizia sui tetti risicati di una Copenaghen uscita da un bignami visivo de L’inquilino del terzo piano. Poi arriva la CIA, un’amante collega del poliziotto sgozzato, un’indagine raffazzonata sul terrorista in fuga, e ovviamente tutto il repertorio ossessivo/compulsivo sui dispositivi di ripresa e di sguardo che De Palma (c’entrano molto i device tecnologici per vedere i fu sgozzamenti dell’Isis online) esplora, produzione disconosciuta o meno, da diverso tempo. Parte peraltro intuitiva e gustosa se vivesse di quella vertigine espressiva tipica del suo cinema, vagamente sadica e straniante, in cui il punto di vista si sfalda, sdoppia, rimescola, fino a deformare il racconto e quindi la suspense.

Appunto, peccato che non sia questo il risultato in Domino. Perché De Palma sembra come autoparodiarsi. Saranno mancati i soldi, non sarà questo il montaggio voluto da lui, ma però il drone che taglia a metà la Plaza de Toros spagnola (nel frattempo, infatti, complici alcune cassette di pomodori Christian e la collega sono arrivati in Spagna) è un De Palma touch depotenziato e di risulta, avulso da un disegno serio e generale di regia. Se poi davvero sembra che il “buona la prima” regni sovrano per tutto il film, che Waldau ha la baldanza di un salame appeso in cantina, e che la fu dark lady di Paul Verhoeven, Carice Van Houten di Black Book, sembra uscita dalla centrifuga della lavatrice e sgrani gli occhi come catatonica, ecco, Domino è davvero uno strazio perfino nella risoluzione abborracciata del thriller sul tetto di un palazzo dove riluccica la classica insegna depalmiana (ricordate Carlito’s way?) ma dove al pathos e al fine ultimo della tragedia vengono terribilmente sostituiti dalla fretta di chiudere baracca.

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