di Lidia Fersuoch *

Europa Nostra e Italia Nostra hanno presentato al World Heritage Committee (organismo dell’UNESCO) riunito a Baku un dossier preparato dalla Sezione locale per confutare il Report del sindaco di Venezia sulla situazione della Laguna e le soluzioni all’annosa questione delle Grandi Navi.

Il sito Venice and its Lagoon infatti è sotto osservazione a seguito della richiesta di Italia Nostra, formulata nel 2011, di inserimento nella danger list dei siti Unesco. La sessione annuale del WHC ha deciso, senza alcuna discussione, di concedere un altro anno di proroga al Sindaco di Venezia per togliere le Grandi Navi dal Bacino di San Marco. Il nostro Dossier, per chi volesse conoscere la drammatica situazione di Venezia e della sua Laguna, è reperibile nella pagina web nazionale.

Quel che preme ora, alla vigilia della decisione del ministro Danilo Toninelli sulle navi, è illustrare la posizione dell’Associazione sulla “questione Venezia”, che deve essere affrontata nella sua interezza per poter veramente superare il problema delle Grandi Navi.

Venezia = Luna Park

L’incremento del traffico croceristico senza alcuna pianificazione che ne valutasse costi e benefici non è che l’aspetto più appariscente dell’attacco alla città e alla Laguna, considerati beni a disposizione di ogni progetto di sfrenato sviluppo. Il declino della residenzialità, di soggetti attivi come i cittadini che possano contrastare la sistematica spoliazione di Venezia, sembra rientrare in un progetto di lungo periodo che sta dando i suoi frutti.

In campo San Bartolomeo, cuore della città, nella vetrina della farmacia esiste da oltre un decennio un display, il “contaveneziani”, che implacabilmente snocciola il rosario di una veglia funebre. Il sindaco attuale in campagna elettorale aveva promesso 30mila nuovi cittadini; al momento del suo insediamento nel giugno del 2015 i veneziani erano 56.072, quattro anni dopo ne restano 52.625. I residenti effettivi sarebbero tuttavia 2mila unità in meno dei dati ufficiali, secondo le stime per l’anno 2017 dell’associazione ResetVenezia. Stiamo dunque per scendere sotto le 50mila unità. Troppo pochi per avere un qualche peso elettorale e quindi politico.

Ogni giorno appaiono all’orizzonte nuovi progetti di grande impatto, beatamente ignorati dall’Unesco, in città e in Laguna. Il demanio è uno degli artefici maggiori della trasformazione di Venezia in un enorme albergo senza più cittadini: in questi giorni, col plauso delle autorità, ha presentato un progetto di riconversione dell’ex Ospedale al Mare, al Lido, in due resort di lusso da 500 stanze. E il consiglio comunale ha recentemente approvato la costruzione ex novo al Tronchetto di un albergo da altrettante stanze. È uno stillicidio continuo, e ogni giorno due case diventano alloggi turistici. Le navi fra poco approderanno in un unico, grande parco di divertimenti.

L’erosione della Laguna

Ma finché siamo vivi, vale la pena di non arrendersi ancora. Ancora ci preme, nell’agonia e nella tristezza generale, la Laguna: la sua funzionalità, la sua bellezza, il suo respiro, per citare i grandi idraulici della Serenissima. E, ripetiamo, la Laguna non è una distesa d’acqua, ma una variegata alternanza di acque e terre, a quote diverse. Questa ricchezza di forme la fa vivere, consente il ricambio dell’acqua con le maree e la rende un ambiente favorevole a moltissime specie. Le grandi arterie di navigazione escavate nel secolo scorso per necessità delle industrie, quali il Canale Malamocco-Marghera o dei Petroli, con il traffico che vi si svolge, hanno indotto erosione, fatto sparire la rete dei canali naturali e creato un cratere nella Laguna Centrale, che sta perdendo le sue caratteristiche.

Per questo è impensabile collocare l’approdo delle navi a Marghera, progetto caro al sindaco ma non al ministro: significherebbe gravare il Canale dei Petroli, per il quale transitano già le navi commerciali, di un carico di ulteriori mille passaggi di navi l’anno. Il canale verrebbe raddoppiato e rinforzato con pietrame, dividendo la Laguna Centrale in due bacini separati. Un primo intervento di marginamento del canale è stato oggetto di un ricorso al Tar da parte della nostra Associazione.

Le ipotesi prospettate dalle autorità

Ancor peggio, come si può intuire, la soluzione di far proseguire le navi da Marghera alla Stazione Marittima di Venezia attraverso il canale Vittorio Emanuele. Questo canale andrebbe escavato e ampliato e non si saprebbe dove allocarne i fanghi, estremamente inquinati, essendo vietato dalla legge speciale costruire altre discariche in Laguna. I tre progetti ritenuti degni di approfondimenti dal ministro Toninelli, al di là di ogni corretta procedura, non sono migliori: le dinamiche di erosione e di sparizione della morfologia lagunare si riproporrebbero spostando l’approdo delle navi a Chioggia, che non ha fondali profondi, necessiterebbe di grandi escavi e il cui terminal croceristico avrebbe quasi le dimensioni della stessa città di Chioggia.

Devastazioni nemmeno pensabili si creerebbero nel caso della scelta di Santa Maria del Mare, a Pellestrina, nella piattaforma artificiale costruita come cantiere del Mose. Parimenti impensabile l’ipotesi di San Nicolò al Lido (in area protetta), isola a vocazione turistico-balneare che verrebbe schiacciata dalla presenza di un porto altamente inquinante. Senza contare la totale mancanza di infrastrutture nei due ultimi siti.

Restano i progetti forse meno devastanti in bocca di Lido, non considerati dal ministro: il terminal addossato alla sponda nord della bocca di Lido, comunque di notevole impatto e che prevede escavi considerevoli, e l’avamporto galleggiante, removibile, ubicato nella mezzeria del già profondo canale portuale e quindi non necessitante di scavi invasivi.

Non esiste coesistenza tra Venezia e le Grandi Navi

Italia Nostra, tuttavia, ha sempre resistito alla sirena terrorizzante del “pieghiamoci alla soluzione di minor impatto prima che devastino la Laguna per sempre”. Ha sempre avuto il coraggio, controcorrente, di sostenere che è il “modello Venezia” a dover essere ripensato e riscritto. Di questa croceristica, di questo turismo di rapina, Venezia non ha bisogno.

Gli studi del professor Giuseppe Tattara, economista dell’ateneo veneziano, affermano che per questa portualità ogni abitante sostiene un costo di circa 3.500 euro all’anno – senza contare i danni al patrimonio culturale, per le pietre secolari che si solfatano e si disgregano a causa delle tonnellate di ossidi di zolfo, azoto, polveri sottili e CO2 immessi in atmosfera dalle navi da crociera e i rischi per la salute. La rivista Transport&Environment di giugno stima che Venezia sia la più inquinata città portuale d’Italia e la terza d’Europa.

Non esiste dunque una soluzione per la crocieristica, non si può trovare una via alternativa per far giungere le grandi navi in una Laguna delicata e in una città come Venezia. L’unica possibilità per non perdere posti di lavoro è di riconvertire la Marittima a una portualità diversa, per piccole navi e yacht (dotati di filtri antiparticolato), imbarcazioni a vela e da diporto. Un tale terminal, nel cuore della città, con servizi di eccellenza, sarebbe senza dubbio di grande attrattiva.

* presidente della Sezione di Venezia di Italia Nostra

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