“Mi ritorni in mente, bella come sei”. Era il 1969 quando Lucio Battisti cantava queste parole scritte da Mogol. E se nel brano lui vede un amore “dissolversi nel vento”, a 50 anni dalla pubblicazione di questo singolo, l’amore degli ascoltatori per il cantautore di Poggio Bustone non si è affatto dissolto, anzi è più vivo che mai. Ora, finalmente, il suo repertorio sarà disponibile su Spotify e sulle altre piattaforme per l’ascolto in streaming.

La decisione è stata presa dal liquidatore della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra proprietaria di tutto il catalogo di canzoni firmate da Battisti e Mogol tra il 1969 e il 1980, nel tentativo di salvaguardare il patrimonio. Ma com’è stato possibile essere arrivati alla liquidazione di una società che, solo di diritti d’autore, guadagna 800-900 mila euro all’anno? La risposta è semplice e molto prevedibile: la guerra tra soci (la moglie e il figlio di Battisti, che hanno il 56% del capitale; Mogol, con il 9%,; Universal Ricordi, con il 35%), culminata con una causa civile intentata da Mogol per contestare la gestione “troppo conservativa” del catalogo: 2,6 milioni il risarcimento ottenuto.

“Gestione conservativa” voluta a tutti i costi da Grazia Letizia Veronese, moglie del cantautore scomparso nel 1998. La vedova Battisti ha sempre tenuto la musica del marito lontana dal web e relegata al supporto fisico. E il secco “no grazie” ha sempre riguardato anche pubblicità, film e celebrazioni pubbliche. Ora però le cose stanno per cambiare: Gaetano Presti, il commissario nominato dal Tribunale di Milano, ha comunicato alla Siae l’estensione del mandato anche all’incasso dei diritti sul web e così ha fatto con gli altri membri della società Acqua Azzurra.

Spotify, Apple Music o Deezer: quale che sia la piattaforma scelta per l’ascolto, sarà possibile godersi Anima Latina durante un viaggio in macchina oppure “facendo l’amore nelle vigne”, come vorrebbe il brano Due Mondi, contenuto nell’album. Gli eredi saranno pronti a tentare il tutto per tutto per impedire questo tipo di diffusione? Può darsi. Ma intanto vedremo comparire il nome “Lucio Battisti” nella casella di ricerca delle varie piattaforme. Lucio Battisti quello vero, non le sue imitazioni, i fake, i karaoke e ciò che ora ‘fa finta di essere lui’, online. Chiudere la liquidazione, per il momento, non si può: il figlio di Battisti, Luca, in una causa chiede un risarcimento milionario per la risoluzione dei contratti di edizione, in base ai quali la società ha diritto di sfruttare il repertorio storico mentre la Sony ha chiesto i danni perché accusa Acqua Azzurra di aver leso i suoi di diritti di utilizzo delle registrazioni originarie. Ma Presti deve salvaguardare il patrimonio, e rendere disponibile “il canto libero” di Lucio Battisti dove oggi si consuma la gran parte della musica è una mossa che darà soddisfazione. Che ne avrebbe pensato lui?  Impossibile dirlo. Certo è che una cosa l’aveva intuita, e l’ha pure messa in pratica:  “Il mondo cammina velocemente, i gusti si evolvono, non si può pensare che i giovani si entusiasmino per le stesse che entusiasmavano i giovani dieci anni fa. Dieci anni di adesso valgono almeno quanto trent’anni di pochi decenni fa. Ci si sposta e si riceve rapidamente, anche la musica leggera. Io questa cosa l’ho capita e tento di offrire al mio pubblico un prodotto al passo col tempo. Fino a questo momento ci sono riuscito”, disse nel 1970.

Venticinque milioni di dischi venduti, di Battisti si ha voglia ancora oggi e la possibilità di averlo “a portata di orecchio”, c’è da scommetterci, renderà il suo ascolto più frequente. Finalmente, l’originale. Anche perché Lucio è stato ed è ancora oggi ispirazione per molti cantautori: quante volte, ascoltando un brano che dura un’estate ci siamo ritrovati a dire “ha un che di battistiano?“. Con le dovute proporzioni, s’intende: perché se c’è una cosa che ascoltare la discografia di Lucio Battisti può fare, per chi la conosce già e per chi non l’ha mai sentita, è “rimettere le cose al suo posto”. Ridare alla parola “capolavoro” un significato giusto e ricollocare tutti quelli che ‘ci hanno provato’. Sarà per la prossima volta. Forse. 

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