“Non sono un maestro. Ho 80 anni, studio e continuo ad imparare”. Francis Ford Coppola si affaccia modesto sul palco del teatro Manzoni di Bologna. Una masterclass di lusso al Cinema Ritrovato 2019. L’attesa è la prima europea della terza versione di Apocalypse Now proiettato sull’enorme schermo all’aperto di Piazza Maggiore. Cravatta verde pisello con margherite, penna nel taschino come un qualunque impiegato, l’autore de Il Padrino, oggi fuori dal giro che conta, mette comunque da parte l’aura del mito, scansa le domande precotte degli intervistatori ufficiali e con quel gesto della mano, che Brando/don Vito Corleone compiva per far avvicinare l’interlocutore, chiama a sé gli “studenti” presenti in sala in mezzo 1200 persone. “Da studente a studente, le domande fatele voi”. È l’happening anni Sessanta che non t’aspetti.

Una cinquantina di ragazzi assiepati in piedi davanti al palco. Domande brevi e risposte brevi così parlano tutti. Il cerimoniale si sfalda. Il guru si china leggermente e via perfino la traduzione simultanea. “Se con un film vuoi lanciare un messaggio manda un telegramma”, spiega a un ragazzo. “Rimani sempre di fianco alla macchina da presa quando giri, l’attore deve poterti vedere in faccia, l’attore sta recitando per te”, spiega ad un’altra ragazza. “Mettiti insieme con altri tuoi amici, sperimentate con i vostri smartphone, condividete i risultati”, aggiunge ancora Coppola. “Maestro, come si crea un’immagine che rimane impressa nel tempo?”, chiede infine un altro. E lui accenna un sorriso: “L’avete sentito? Ti dico una cosa sola: magari (in italiano ndr)”.

Dalle labbra di un signore che con solo tre pellicole low cost per Roger Corman nel carnet, e ad appena 32 anni conquistò l’olimpo di Hollywood e la storia del cinema con Il Padrino, semplicemente si penzola estasiati. “Per la Paramount non doveva essere un film importante. All’inizio il budget era neanche di due milioni di dollari. Di film sulla mafia fino ad allora ne avevano fatti pochissimi e gli italoamericani, piuttosto inseriti nel tessuto economico-finanziario dell’epoca, potevano risentirsene. Ma soprattutto i produttori volevamo un regista giovane per fargli fare ciò che volevano loro”. Mal gliene incolse. Perché Coppola diventò una scheggia impazzita e trascinò con sé l’onda della New Hollywood ricalcando la figura dell’autore/creatore/ produttore delle new wave europee nel traballante sistema americano dell’epoca. Vedi Apocalypse now, versione numero tre.

La prima, quella ufficiale presentata a Cannes nel 1979,  troppo corta. La seconda, quella distribuita con successo nel 2001 dalla Miramax di Weinstein, troppo lunga. “Il Redux non era la versione definitiva. E quella di Cannes neppure, la facemmo perché terrorizzati dalle critiche preventive negative al film che non si era ancora visto. Poi per quest’ultima versione abbiamo inserito qualcosa che scartammo nel ’79 perché ritenuto troppo “strano” e cose essenziali come la presenza dei francesi in Vietnam”, sottolinea il regista. “Apocalypse fu un viaggio strano, più surreale di quanto l’avessi pensato all’inizio. Anche la guerra è strana, e quella in Vietnam era particolare perché per la prima volta coinvolgeva anche i giovani della costa ovest degli Stati Uniti. In guerra andarono anche i surfisti, quelli che prendevano droghe e gli appassionati di rock&roll. Poi il film ha cominciato a farsi da solo. Muovendoci per le sequenza sul fiume, ad esempio, vennero aggiunti per caso dei fumi rosa. Erano belli, li abbiamo tenuti, ma il film è diventato sempre più surreale. Sembrava impossibile finirlo”.

Eppure il regista di origine lucana ad 80 anni sembra tutto fuorché un nostalgico dei tempi che furono. “È in atto una importante transizione verso il digitale, ma chi ama il cinema vuole ancora essere parte dei suoi 120 anni di storia. È curioso abbiamo una nuova tecnologia, ma in realtà, come mia figlia Sofia che sta girando il suo nuovo film in pellicola, continuiamo a tornare a quello che ci piaceva nel passato. È un po’ come accade per le automobili: oggi abbiamo macchine che potrebbero quasi farci volare ma non ci dispiace la macchina bella e comoda che ci permette di andare in giro come sempre. Io però ne sono convinto: prima o poi qualcuno capirà che questa nuova tecnologia permetterà di volare”.

Poi ancora sui cambiamenti tecnologici in atto: “La tecnologia con la preparazione dello script non centrava nulla, eppure le innovazioni stilistiche  letterarie dei singoli hanno reso i romanzi avventurosi. In 300 anni il racconto si è evoluto tantissimo: si è passati da Cervantes e Manzoni, fino a Flaubert, Tolstoj, e Joyce. Credo che il cinema e i cineasti possano imparare molto in questo senso, ad esempio collaborare con il settore gaming. A me poi nel futuro interessa il live cinema che è diverso dalla tv dal vivo. Qui potremmo avere tutte le immagini in tempo reale, sviluppare tecnologie multi-ripresa come nel calcio. Con il digitale sarà possibile fare un film che sembra un film ma che in realtà è girato live”.

Sembrano però ancora lontane le prime tracce del suo nuovo lungometraggio: Megalopolis. “È un film grosso, enorme, simile ad Apocalypse now. Gli attori hanno questo istinto, vogliono titoli di successo e il fatto di non sapere quale e quando sarà la fine del film non li rassicura. Ho bisogno di finanziatori, di attori, ed è tutto molto difficile. Per Megalopolis ora non esiste una fine. Ho idee e vedremo se riuscirò a svilupparle. È un viaggio di cui non conosci il risultato, ti basi sull’istinto, non ti viene spiegato cosa ci sarà, ma chi ha la possibilità per carattere di rischiare alla fine attraverso l’avventura viene ripagato. La vita è una e io cerco tutte le avventure possibili senza sapere se ci sarà o meno un happy ending”.

Infine, il consiglio più illuminato per chi vorrà continuare a fare del cinema, o come si chiamerà tra 50 anni: “La chiave è fare qualcosa di personale. Siamo tutti assolutamente unici. L’artista deve fare qualcosa di suo, basandosi su quello che si sente di essere nel profondo. Non bisogna fare qualcosa di simile ad altri. Le intuizioni e l’istinto devono essere tuoi, ma è difficile perché l’educazione spesso te li cancella. Avete mai visto la foto di un bimbo a 3 anni? È sempre bellissimo. Mentre  a 6/7 anni già le cose cambiano. Come diceva Epicuro: bisogna cercare di cancellare l’istruzione e la religione e tornare ad essere unici”.

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