Con la fuga dal carcere centrale di Montevideo è ritornato ad essere una primula rossa. Una specialità per Rocco Morabito. Esponente di primo piano della ‘ndrangheta di Africo, Morabito è il narcos calabrese che si era trasferito in Sudamerica da ormai più di 10 anni prima di essere arrestato, nel 2017, in un hotel nella località di Punta del Este, dove faceva la bella vita con tanto di villa con piscina, assegni e soldi in contanti, una Mercedes, 13 cellulari, 12 carte di credito e un passaporto brasiliano.

Latitante per quasi metà della sua vita (per oltre 25 anni), con il suo arresto avrebbe dovuto scontare 30 anni di carcere per associazione mafiosa e un traffico di cocaina tra il Sudamerica e Milano. Prima che venisse catturato, mentre era ancora nell’albergo di Montevideo aveva tentato l’ultima carta presentando alla polizia locale un documento falso intestato a Francisco Antonio Capeletto Souza. Gli agenti non gli avevano creduto ed era finito dietro le sbarre. Quando, però, l’estradizione sembrava cosa fatta, Rocco Morabito è diventato di nuovo un fantasma grazie a un passaggio creato sul tetto dell’infermeria del carcere. È imparentato col più noto boss Giuseppe Morabito, detto “u Tiradrittu”, e con i fratelli Domenico Leo e Giovanni Morabito soprannominati gli “Scassaporte”.

Per Rocco gli anni d’oro sono stati gli ’80 e i ’90. Era uno dei rampolli degli “africoti” che hanno studiato all’università di Messina nei tempi in cui la ‘ndrangheta si laureava con la pistola sulla cattedra. Non era un caso che, nel 1988, era stato arrestato per minacce a un docente universitario. Lo riporta una vecchia nota dei carabinieri di Bologna, dove prima di darsi alla macchia, Morabito gestiva le quote della società Mistigrì a cui venivano intestate le auto utilizzate e le utenze degli affiliati alla cosca di Africo.

Ma quegli anni sono stati segnati anche da scontri tra cosche e lutti. Nel 1989, infatti, suo fratello Leo Morabito è stato ucciso in un agguato mafioso e l’anno successivo proprio Rocco è stato ferito in un altro attentato. Per il traffico di droga i suoi contatti non erano solo negli ambienti della ‘ndrangheta ma anche della camorra. Prima di diventare latitante, assieme ad altri affiliati, Rocco Morabito è stato identificato a Baia Domizia di Sessa Aurunca, all’interno dell’abitazione di Alberto Beneduce, boss e narcotrafficante camorrista conosciuto con il soprannome di “A cocaina” e trovato qualche settimana dopo carbonizzato nel bagagliaio di un’auto.

Ben presto, i suoi affari si concentrarono su Milano dove la sua rete di contatti rispondeva sempre a cognomi calabresi legati all’ambiente di Africo. Si tratta di Antonio Morabito, Domenico Antonio Mollica e Francesco Sculli. Quest’ultimo, nel 1992 era stato arrestato a Fortaleza, in Brasile, assieme a Waleed Issa Khamayis detto “Ciccio”. Avevano messo in piedi un carico da oltre mezza tonnellata di cocaina. Dopo il periodo “milanese”, per Rocco Morabito iniziò la fuga. Di lui si erano perse le tracce e il suo nome da tempo non compariva negli atti delle recenti inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Scomparso nonostante sulla sua testa pendesse sempre la condanna a 30 anni emessa dalla Corte d’Appello di Milano. Nel 2017 l’arresto. Sarebbe uscito dal carcere a 81 anni. Oggi, nel 2019, ne ha 53 ed è di nuovo libero.

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