Nelle scorse settimane il Wall Street Journal, in un interessante articolo a firma di Julie Jargon sul tema del controllo, da parte dei genitori, dei contenuti e delle attività degli smartphone e dei tablet dei figli minorenni e, in generale, della loro intera “vita” online, si è posto il problema se tale prassi, spesso eccessiva, sia veramente utile per aumentare la sicurezza dei giovani utenti o se, al contrario, abbia creato uno “Stato di Polizia” e nuove ossessioni di sorveglianza in capo agli adulti.

Partiamo dalle premesse: negli Stati Uniti d’America, ma è lo stesso in Italia e in altri Paesi, l’età nella quale uno smartphone o un tablet viene regalato a un minore si è improvvisamente abbassata radicalmente: oggi siamo tra i 7 e gli 8 anni, con frequenti “puntate” verso i 4 e 5 anni. Ora, non vi è un motivo ragionevole, se riflettiamo un attimo, per regalare uno smartphone o un tablet connesso in rete (o alla rete telefonica) a un minore. Vi sono, al contrario, tanti motivi ragionevoli per iniziare un bambino anche di pochi anni di età alla programmazione, o alla comprensione del coding, o per avvicinarlo all’informatica, ma questo è un altro punto.

Il minore riceve uno smartphone, oggi, per due motivi. Il primo è perché senza lo smartphone sarebbe discriminato nell’ambiente che si trova a frequentare: tutti i suoi coetanei (anche nella stessa classe) lo hanno, e il non avere lo smartphone come tutti gli altri lo isolerebbe e lo mortificherebbe. Il secondo motivo è che lo smartphone è regalato dai genitori ai figli piccoli perché diventa un utile strumento di controllo proprio per i genitori stessi nei confronti del minore.

Questo fattore – ossia il comprendere che il minore non avrebbe bisogno dello smartphone, e magari non è neppure pronto psicologicamente per tale strumento, ma glielo si regala egualmente per i due motivi suddetti – ha portato, nella maggior parte dei casi, a un aumento di apprensione in capo a genitori che, non appena forniscono lo strumento al bambino, ne vorrebbero anche controllare l’utilizzo affinché i figli non possano essere vittime di reati in rete o non combinino guai. Di qui il successo mondiale di alcune app che permettono di controllare ogni singola immagine, video, chat, e-mail o attività di navigazione effettuata dal minore. E, soprattutto, di mandare segnali di allarme (“alert”) ai genitori in caso di potenziale pericolo.

Un esempio molto significativo citato nell’articolo del quotidiano nordamericano è il funzionamento di Bark, un’app che monitorizza tutte le attività sullo smartphone del bambino, dai post sui social network sino ai messaggini agli amici, per meno di dieci dollari al mese. Questa app è anche programmata per “reagire” a episodi di bullismo, all’invio e ricezione di contenuti pornografici o a sfondo sessuale, a tentativi di truffa, a messaggi, conversazioni o post che rivelino sintomi di depressione o istinti suicidi, a tentativi di adescamento e, grazie a sofisticati sistemi di interpretazione del testo, può anche comprendere se il minore, ad esempio, stia parlando in codice con i suoi amici per evitare il controllo. Bark in una settimana ha inviato 737.000 “avvertimenti” a genitori nordamericani, 2.500 dei quali segnalavano espressioni che erano un possibile indice di depressione e 38 che chiaramente indicavano l’intenzione del minore di auto-infliggersi violenza e lesioni.

Ora, il problema è che, pur con tutta la buona volontà nell’utilizzo di simili sistemi, l’attività costante di sorveglianza dei genitori tramite simili app può diventare una ossessione. Non si configura più come un controllo “a campione”, o unicamente come reazione a quegli “alert” di cui si parlava poco sopra, ma è continuo. È come se, per citare un argomento di grande attualità, un captatore informatico prendesse il possesso del cellulare dato al minore e i genitori diventassero agenti di polizia e lo controllassero 24 ore su 24.

Questa ossessione nel controllo fa comprendere un’altra cosa: che stiamo parlando di un argomento – il controllo delle attività online dei figli – che, in un’ottica educativa,
è davvero complesso da gestire. Diventa complesso se mancano le basi tecnologiche in capo ai genitori (che, quindi, non conoscono gli smartphone o le loro funzioni) e diventa ancora più complesso se ci si focalizza troppo sull’“educare all’uso delle tecnologie” e meno sull’educare in senso stretto. Qui siamo di fronte a un problema di educazione, non a un problema di tecnologia. E il grande compito in capo ai genitori è quello di spiegare chiaramente i rischi, proprio come ogni altro problema che potrebbe riguardare l’adolescenza. Prima di fornire uno strumento, andrebbe ben spiegato il suo utilizzo, e si dovrebbe preparare l’utente a ciò che incontrerà online.

Il pensare di poter “rincorrere”, dopo, l’utente con strumenti di sorveglianza e di “alert”, seppure avanzati, può portare a un’ossessione per il controllo che si può rivelare dannosa sia nel rapporto genitori/figli (si pensi al caso “classico” nel quale il minore controllato si crea falsi account, o nasconde e usa un secondo telefono magari regalato da un amico), sia nel corretto approccio con le tecnologie (per cui, come nel detto del dito e della luna, si finisce sempre per criminalizzare la tecnologia quando i problemi sono altrove).

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