E così ci siamo, dopo tante polemiche, infinite domande e, invero, pochissime e preferibilmente confuse risposte, gli allievi delle classi terminali delle nostre Superiori si avviano a sostenere l’esame di maturità con il look rifatto in condominio tra Pd e Lega. Un ibrido piuttosto inquietante su cui ho già scritto.

Poverelli i nostri studenti-cavia che, al contrario di tutti gli altri che li hanno preceduti e che li seguiranno, sperimenteranno sulla propria pelle con un preavviso di pochi mesi ciò che andrà e ciò che non andrà affatto di questa raffazzonata riforma.

Aspettare certo non si poteva, ché tutte le maggioranze del Belpaese hanno da mettere la propria firma su una qualche riformetta della scuola, sia pure in comproprietà, con una solerzia che sarebbe meglio impiegata a aumentare la percentuale di Pil per l’istruzione riportandolo a livelli di nazione civilizzata, in modo da pagare in maniera dignitosa gli insegnanti, il loro aggiornamento, la strumentazione tecnologica ed evitare che le scuole crollino sulle cucurbite dei ragazzi.

Ovviamente sull’orale ancora si sa poco e il promesso video del Miur si è rivelato solo una gif animata di vari cartelli con sopra le solite ovvietà che chiarisco quasi nulla. Una novità a dire il vero c’è stata: il ministro Bussetti ha fatto coming out e si è ascritto l’indiscutibile merito di aver pensato alla ormai celeberrime buste da estrarre durante il colloquio. “Da dove nasce l’idea delle buste alla prova orale della maturità? Da un principio fondamentale di equità”, ha dichiarato orgoglioso da Viale Trastevere.

Peccato che la casualità di tutto sia garanzia, meno che di equità, a maggior ragione se parliamo di programmi didattici, visto che gli argomenti affrontati non hanno tutti la stessa difficoltà, la quale, peraltro, dipende anche dall’approccio e dalle caratteristiche personali dei singoli discenti e, così, tra le tante possibilità c’è anche quella, piuttosto probabile, che a tutti capiti il peggior argomento possibile.

Poco male, saran soddisfatti dell’equa imparzialità (come se l’insegnamento fosse faccenda di ‘imparzialità’ e non dell’opposto, della capacità, parzialissima, di dare a ciascuno ciò di cui più necessita). A voler parafrasare Mallarmé, gentile ministro: un coup d’enveloppe n’abolira jamais l’hazard… E poi, diciamocela tutta su questi inutili e dispendiosi esami, fatti da commissioni miste con insegnanti esterni, che dovrebbero garantire chissà che.

A introdurre l’esame di Stato, nel ‘23, fu la riforma fascista di Gentile, con lo scopo, come spiegano molti storici, di rendere effettiva la parità tra scuole statali e private confessionali. Con lo scopo cioè di legalizzare percorsi educativi che lo Stato, in realtà, non era in condizione di controllare, sviluppati da insegnanti che erano e in parte ancora sono, certamente meno liberi di insegnare di quanto non lo sia un loro collega in un istituto statale, ieri come oggi. Era parte cioè di quella rotta di avvicinamento del fascismo ai cattolici italiani che culminerà nel Concordato che garantirà l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali di un Regno nato anche dalla lotta laica contro il potere temporale dei Papi. Con buona pace di Cavour e di Mazzini.

Dunque, che gli esami di Stato servano a controllare i ‘diplomifici’, a difendere la credibilità della scuola pubblica è falso, è piuttosto vero il contrario, che, senza esami di Stato, i titoli della scuola pubblica sarebbero gli unici a garantire davvero libertà, qualità, laicità, equanimità dell’insegnamento all’interno del dettato dell’art. 33 e 34 della Costituzione. Pensateci un attimo su, con serenità, e converrete.

Dite che c’è di mezzo il celeberrimo tabù del ‘valore legale del titolo di studio’? Ok, facciamo finta che sia come dite voi e che sia davvero questo a garantire eguaglianza di possibilità a tutti su tutto il territorio nazionale, ma le Università italiane, tutte, pubbliche e private, rilasciano, da Nord a Sud, titoli di studio con valore legale, eppure a fare esami agli studenti del corso del Prof. A è lo stesso Prof. A e nessuno ci trova nulla da ridire.

Gli insegnanti delle scuole pubbliche sono meno affidabili dei loro colleghi accademici? Eppure io di scandali, camarille, clientelarismi, gestione feudale dei concorsi come quelli dell’Università, non ne ricordo per le Superiori.

Forse c’è qualcosa che non va. Per quale ragione, dopo 3 anni di contatto e insegnamento continui non dovrei essere io stesso a giudicare i risultati del mio allievo? Perché a tirare le somme di tutto questo lavoro, fatto non solo di ‘competenze’ o ‘abilità’, ma di relazioni umane, di scambi, scontri e obiettivi raggiunti o mancati, deve essere un collega che vedrà quel ragazzo per meno di un’ora e sulla base di soli due elaborati? Quale vantaggio c’è, in tutto ciò, per l’allievo, per la scuola, per la società e per l’amor proprio di noi insegnanti?

Ah già, i diplomifici. Ok, ho una soluzione anche per questo, semplice ed economica. Invece di chiamare 3 membri esterni più un Presidente di Commissione, ci si limiti al solo Presidente, rinforzato per le private da un altro insegnante di una disciplina estratta a sorte, anno per anno (con le buste magari, che ne dice Ministro?), ma lo si faccia entrare in carica sin dallo scrutinio di ammissione (cosa che la Riforma Moratti, non a caso, si guardò bene dal fare), si mettano a sua disposizione tutte le prove scritte, le relazioni e i registri delle votazioni. Che sia lui a dirigere lo scrutinio di ammissione. Vediamo se così le cose saranno più eque e ‘garantite’ o meno. Magari si riuscirà a pagare quel Presidente con una cifra adeguata al suo impegno. E con il resto dei risparmi cambiamo qualche infisso rotto, compriamo qualche computer in più, aiutiamo i più deboli ad avere le stesse possibilità degli altri.

L’unica soddisfazione, amici miei, è che almeno noi insegnanti e gli studenti abbiamo protestato molto e in maniera ‘spontanea’, anche se è servito a poco…

Quelli che non sono pervenuti sono i Dirigenti: presidi-manager che, in questi anni hanno, per la maggior parte, giustificato ogni e qualsiasi dissennatezza arrivasse dall’alto, in cambio di un potere autocratico che poi in realtà vale poco ed è quasi inesistente. A voi, per ringraziarvi, hanno riservato l’obbligo di registrarvi al lavoro con le impronte digitali. Non c’è che dire: potete esserne soddisfatti. Spero che almeno stavolta abbiate il coraggio di protestare e ribellarvi, ma so di essere un ottimista.

Buona Maturità a tutti, intanto, e ricordate il cornetto rosso il giorno dell’orale, per la scelta delle buste. Non si sa mai…

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