Trentacinque anni fa, giugno, un bimbo cammina per piazza Ghiaia, Parma. Sua madre lo tiene per mano tra i banchi del mercato. Il bimbo è un bimbo: imprevedibile, si lancia e scappa di continuo, meglio prevenire. La madre lo tiene stretto, lo fa sempre: agli incroci soprattutto stringe più forte e lui si divincola, indispettito da tante attenzioni. Ma qui non ci sono attraversamenti, la piazza è pedonale. Eppure la mamma stringe ancora più forte, si ferma all’improvviso e si guarda attorno, impietrita.

I muri della piazza, rimpicciolita dalle baracche di metallo e i tendoni a coprire la frutta dal sole, sono completamente ricoperti di poster. Ci sono il bianco, il rosso e il nero dell’inchiostro, sotto la luce della prima estate. Insieme compongono il viso di Enrico Berlinguer, sorridente del suo sorriso aperto, così poco politico. La madre resta ferma e si guarda attorno. È un attimo, ma – va da sé – nel ricordo di quel bambino è un attimo che dura una vita: dura da tutta una vita.

Il bimbo, capelli rossi e sguardo da birba, è sempre più spazientito. Così tanto che alla fine s’incapriccia.

Ma chi è, Ma?
La madre risponde con la voce appena increspata: E’ Enrico Berlinguer.
– Chi?
– Una brava persona, è morta una brava persona.

La mamma, mia mamma, ha gli occhi lucidi. E gli occhi lucidi sono per le cose serie: per le liti, per lo sfratto e per i conti che devono tornare.

Berlinguer, il mio Berlinguer, è tutto qui. La memoria politica può dividersi sulla scala mobile e sul compromesso storico, sull’Atlantismo e lo strappo con l’Urss. Ma la memoria umana, quella ancora oggi discrimina i politici pensando a Berlinguer, all’abbraccio di Pertini, alla folla di piazza San Giovanni e agli occhi della mamma. Pensando a Gaber e a qualcuno che era “comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”.

Retorica di adulto e nostalgia di bambino, a questo ci avete ridotto.

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