Era un soldato malato di leucemia. Il 23 ottobre scorso, aveva scelto il suicidio. “Ignorato dall’amministrazione militare che gli aveva negato tutto”, secondo l’Osservatorio militare, era caduto in “una depressione senza via d’uscita”. Aveva 40 anni. A 7 mesi dalla sua morte, stando a quanto annuncia lo stesso Osservatorio, nel suo midollo sono state trovate tracce di uranio impoverito. E adesso la procura di Torino vuole chiarire la la morte del caporal maggiore scelto degli alpini e capire come e perché è entrato in contatto con l’uranio. Quest’ultima vicenda rappresenta “una svolta storica del caso uranio che sgombra il campo da ogni dubbio sia sull’esposizione che sulla nocività di questo materiale”, sostiene l’Osservatorio.

Ad oggi, sono più di 7.500 i militari malati di tumore. I morti registrati 366. Ma, come avverte Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio militare: “Sono stime in difetto, riceviamo segnalazioni quotidianamente. Molto spesso non siamo in grado di denunciare perché sono gli stessi militari a non volerlo fare. Sono intimoriti, hanno paura. Molti di loro hanno avuto l’ordine di non segnalare la loro situazione alla Difesa. Diventa difficile dire ad oggi dove i militari si siano ammalati, proprio perché in passato c’è stata molta omertà al riguardo”. Le tracce di uranio impoverito (U 238) nel midollo del caporale, spiega l’Osservatorio, sono state trovate da Claudio Medana, del Dipartimento di Biotecnologie molecolari e Scienze della salute dell’università di Torino.

Nel 2018, una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito aveva espressamente parlato del “silenzio assordante” dei vertici militari, di “negazionismo” e di “criticità sconvolgenti”. Conclusioni contestate dallo Stato maggiore. In particolare, era stata sottolineata l’assenza di un’adeguata sorveglianza sanitaria e di profilassi vaccinale sul personale dell’amministrazione della Difesa. “Abbiamo necessità di trasformare l’ostruzionismo e la negazione dell’Amministrazione Militare in una sinergia per fare prevenzione, studio e offrire tutela ai nostri uomini che continuano ad operare sugli scacchieri internazionali”, aggiunge Leggiero. “C’è rabbia, perché se 20 anni fa fosse prevalso il buonsenso oggi non avremmo 7.500 persone malate”.

Al ministero della Difesa, in questi giorni, si sta lavorando a un disegno di legge per tutelare “i diritti dei militari che si sono ammalati servendo il loro Paese”. Il testo, nato su iniziativa della ministra della Elisabetta Trenta, dovrebbe essere pronto entro l’autunno. La ministra aveva creato un tavolo tecnico sulla questione insieme all’Ispettorato generale della Sanità militare. Il disegno di legge, che verrà prima condiviso con le varie associazioni e istituzioni militari, ha un’obiettivo innovativo. Come ha spiegato la Trenta alcuni giorni fa, “non sarà più il militare a dover dimostrare che si sia ammalato al servizio del Paese, ma sarà la difesa a dover dimostrare che la malattia non sia collegata al servizio reso”.

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