Un vero cunnilingus che dura 15 lunghi minuti ed è polemica. Abdellatif Kechiche ha colpito ancora. Mektoub capitolo secondo, ovvero Intermezzo, in Concorso a Cannes 2019, ha scandalizzato critica e pubblico. Tre ore e mezza di durata piazzate in fondo alla selezione per permettere di farcelo stare tutto intero, fatto e finito, Mektoub: Intermezzo ha fatto fuggire decine e decine di persone presenti alla proiezione ufficiale e lamentare sui social altre decine di critici e spettatori festivalieri più o meno smaliziati.

Il fuggi fuggi corredato da tweet inferociti andrebbe ascritto anche alla lunga (quasi due ore) asfissiante sequenza di culi femminili inquadrati in discoteca, in pieno delirio twerking, e nel cui bagno viene esercitata anche la scena incriminata di sesso orale, richiamo diretto al più inatteso blocco temporale e narrativo sempre in pista di Mektoub Canto Uno che finì al Festival di Venezia due anni orsono. “Volevo celebrare l’amore, il desiderio, il corpo e provare l’esperienza cinematografica più libera possibile, rompendo i codici narrativi”, ha affermato Kechiche in conferenza stampa rifiutando poi con quel suo fare sempre piuttosto insolente di rispondere alla classica domanda che gli si rivolge su “come lavora sul set con gli attori”.

Assente in conferenza stampa l’affascinante e formosa Ophelie Bau, protagonista della scena porno del film, e musa di questo complesso progetto cinematografico diviso in più lungometraggi che narra di una sorta di alter ego di Kechiche, tal Amin (interpretato dal bravo Shain Boumedine) che nell’estate del 1994 torna nel paese natale di Sete nel sud della Francia e si ritrova a fare baldoria con amici e amiche. Parte iniziale di chiacchiere sulla spiaggia, poi il lungo blocco della discoteca con in mezzo il cunnilingus. Tra le varie recensioni c’è chi l’ha definito un film “punitivo, una cura Ludovico contro il desiderio” (Cinematografo.it) e chi con i tweet, sia che si trattasse di addetti ai lavori anglosassoni sia italiani, si è chiesto se Mektoub: Intermezzo vada “considerato ancora come arte”.

Kechiche aveva già dato esempio di voyeurismo spinto, a sfondo fastidiosamente razziale, in Venere nera (in Concorso a Venezia 2010); ancora prima con Cous Cous (sempre Concorso a Venezia 2007) aveva colto in primissimo piano ombelicale la giovanissima Hafsia Herzi in una danza del ventre insistita tutta suspense in attesa dell’arrivo dell’agognato piatto da servire al ristorante. L’apice dello sguardo intrusivo, naturalmente pornografico, era poi sbocciato ne La vita d’Adele (Palma d’Oro a Cannes 2013) con la scena di sesso lesbico tra le due protagoniste, Adele Exarchoupolus e Lea Seydoux, in cui ci si scambia il piacere del sesso orale diverse volte in modo esplicito.

Lì la durata generale, pur con un montaggio piuttosto rapido, era attorno ai sei minuti. Nulla a che vedere quindi con il cunnilingus della discoteca da quindici minuti nel secondo capitolo di Mektoub. E nemmeno con il progenitore del sesso orale esplicito a Cannes. I tre minuti di The Brown Bunny, film che nel 2003 creò notevole scandalo (ma poco successo del film), in cui il regista e protagonista Vincent Gallo riceve una sostanziosa fellatio da Chloe Sevigny simile di più a una scena della Rocco Siffredi production.

Insomma, per Kechiche questa verità ultraporno del rapporto sessuale in scena sta diventano una vera e propria ossessione estetica. Un’unica domanda, allora, vorremmo rivolgere al regista tunisino nell’epoca in cui lo sdoganamento del sesso esplicito ha fatto il suo corso: ma a 58 anni si trova già in piena fase delirante “culo alla Tinto Brass”? Ovvero la reiterazione della provocazione di sesso e di parti intime sparate in faccia allo spettatore sta assumendo più valore del film stesso, lasciato in balia di poco o niente altro da proporre oltre a un bel paio di chiappe? Probabile. Ma paradossalmente ci toccherà attendere il terzo capitolo di Mektoub per dare una risposta definitiva.

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