Rocky l’ottimista e Rambo il pessimista. Sylvester Stallone in cattedra a Cannes. Dopo Alain Delon, ecco la masterclass dell’ultimo pomeriggio del festival edizione 2019 per l’interprete di un paio d’icone cinematografiche anni ottanta poi diventate parole d’uso comune nel linguaggio di tutti i giorni. Potenza del cinema. Almeno quello “di una volta”.

Il pugile un po’ rimbambito dei bassifondi di Philadelphia che sfiora il titolo dal nulla (notare come finisce il primo Rocky di John G. Avildsen in pieno antieroismo anni settanta). L’ex marine arrestato dal perfido sceriffo per un nonnulla, fuggiasco tra i monti che falcia polizia ed esercito come marionette. Stallone da lì, in fondo, non è mai uscito. Nemmeno quando ancora non era Rocky (sulla metro con Woody Allen in Bananas), o quando ancora faceva il “semplice” poliziotto o il camionista da braccio di ferro.

Anche attorno ai 50 James Mangold lo ha chiamato per fargli “recitare” uno sceriffo mezzo sordo (Cop land), ma niente. Stallone è Rocky-Rambo-Rocky-Rambo. Anche quando fa il mercenario, anche quando fende la folla della sala Debussy in mezzo a due ali di giornalisti armati di smartphone che nemmeno fossero adolescenti. Stallone poi sale sul palco dell’eleganza e della raffinatezza per antonomasia con un camicione di flanella che nemmeno un boscaiolo del Montana. Una volta che Fremeaux ha accettato anche questa, il prossimo anno arrivano i film di Netflix.

“La ragione del successo di Rocky? Forse in un momento così complesso, mentre uscivano Taxi Driver o Tutti gli uomini del presidente, da ingenuo quale ero ho interpretato un film ottimista, su un uomo che non molla mai. Rocky poteva essere anche un panettiere o uno che aggiusta biciclette. La boxe però era una metafora forte, intesa sia dagli uomini che dalle donne, su che cosa significhi lottare”, ha spiegato il 73enne attore che a Cannes ha portato il teaser di Rambo V- Last blood, mentre il primo Rambo dell’82, amatissimo da Reagan, restaurato e proiettato al Grand Theatre Lumiere aveva in aggiunta First blood.

“Rambo non è mai stata una dichiarazione politica – ha aggiunto – lo feci per rappresentare coloro che erano tornati con disturbi post traumatici da stress e pensieri suicidi dal Vietnam”. Stallone ha anche ricordato di aver voluto cambiare il finale del film rispetto a quello del libro dove Rambo muore. Tanto che poi la “saga” dell’ex soldato è arrivata al quinto capitolo (uscirà il 20 settembre 2019) girato in Messico dove, assicura il nostro, “accadranno cose brutte, ci saranno vendette e verranno uccise un sacco di persone”.

L’interprete di Demolition man e Cobra ha anche ricordato che le botte prese da Dolph Lundgren in Rocky IV l’hanno fatto finire seriamente all’ospedale (“Mi colpì così forte che mi portarono in elicottero in terapia intensiva e ci rimasi quattro giorni”) e che le due tartarughe che appaiono in Rocky sono ancora vive e hanno 55 anni. Infine la competizione parecchio esasperata all’epoca con Arnold Schwarzenegger: “Tutto quello che ha mostrato in scena l’ha rubato da me – ha scherzato Sly – ci odiavamo l’un l’altro, senza porci troppe domande. Ma è stata una buona cosa. Tutti hanno bisogno di un grande nemico con cui competere. E se non ne avessi uno, ne creerei uno. Oggi siamo davvero grandi amici. Perché io sono migliore di lui”.

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