Leggenda vuole che a far esordire Alain Delon al cinema nel 1957 con il lungometraggio Quand la femme s’en mele (in italiano: Godot) sia stata l’insistenza non tanto del regista del film, Yves Allegret, ma di sua moglie: Michèle Cordoue. Altro aneddoto, di quelli che fanno andare giù di testa le femministe di Women and Hollywood. Nel 1960 René Clement, regista che in quel momento aveva parecchio potere, vuole Delon come protagonista per Delitto in pieno sole (che è poi il Mr. Ripley della Highsmith). Lo vuole vedere nei panni del bravo ragazzo co-protagonista o non se ne fa nulla. Alain alza le spalle: o interpreto la canaglia oppure “niente” lo dico io. L’ultimo scambio di battute tra i due si svolge in un teatro/cinema. Ma dal fondo della sala si sente la moglie di Clement, Bella Gurwich: “René, tesoro, il piccolo ha ragione”. Delon interpreterà Ripley. Non alludiamo e non confermiamo.

L’attore francese, classe ’35, è stato un grande, malinconico e inconsolabile donnaiolo. Amato, riverito, ambito, concupito, magari anche usato, talvolta per quel suo spleen che nessuno ha mai saputo decifrare con serietà e rispetto, perfino abbandonato. Ufficialmente fidanzato/sposato con tre signorine già affermate nel cinema: Romy Schneider, Francine Canovas, Mireille Darc. Poi ci sono i flirt ufficiali. Quello in età matura di tre anni con Anne Parillaud. Poi Nico, Marisa Mell, Dalila di Lazzaro, Sylva Kristel, Sydne Rome, Veronique Jannot, Catherine Pironi. E ancora la modella Rosalie van Breemen quando lui era già oltre i 60 e lei sulla trentina. Non si registrano aggressioni e violenze. Magari screzi, incazzature, delusioni. Questo almeno per inquadrare la questione della misoginia. Delon che oggi ha 83 anni e ritira un premio come la Palma d’Oro a Cannes tra mille polemiche, un riconoscimento che lui avrebbe voluto e non ricevuto stizzito nel 1984 con Notre Histoire di Bertrand Blier, è stato accusato anche di razzismo, fascismo e parecchio altro di ignominioso.

Va bene, Jean-Marie Le Pen lo conobbe nel 1954 in Indocina quando erano soldati in fuga dai vietnamiti vincitori. Amici, spesso d’accordo, mille altre volte no. Delon ha poi ricevuto onorificenze professionali nazionali da un ministro socialista come Jack Lang, ha poi espresso vicinanza politica con De Gaulle prima e i gollisti degli anni novanta poi, ma ha anche dichiarato diverse volte di aver parteggiato per candidati socialisti come Jospin e Anna Hidalgo come sindaco di Parigi. Con Marie Le Pen, inoltre, i rapporti sono pessimi. E allora? E allora il samurai di Melville, il duro dagli occhi d’acciaio, non era un progressista per natura in un paese ampiamente gollista, quindi antifascista, da 60 anni. E poi cosa chiedere a un attore all’apice della fama internazionale che si incaponisce per produrre nel 1976 con la sua casa di produzione Adel un capolavoro sull’olocausto come Mr. Klein, diretto da un regista dichiaratamente omosessuale come Jospeh Losey? Mr. Klein sarà un insuccesso di pubblico clamoroso, ma Delon andrà sempre fiero di questa scelta.

Madame e monsieur, tourner la page. “Ciò che sono è frutto del caso”, spiegava l’attore dall’infanzia infelice nato in un paesino della campagna, genitori separati, bambino letteralmente badato dalla moglie di un signore che lavorava dentro a un carcere, collegi cattolici assortiti nell’adolescenza. Si racconta perfino che quando da ragazzo spiantato passava per Pigalle a Parigi le “belle di notte” lo rifocillassero con minestre e letti caldi. Il magnetismo animale, lo sguardo malinconico, il dolce ed irrequieto Alain fece perdere la testa ad un notorio comunista come Luchino Visconti. Ed è a questo corto circuito che dobbiamo la sua esplosione definitiva quando gli anni sono a malapena 30: Rocco e i suoi fratelli, dove è l’immigrato pugile che piange addolorato dell’odio che prova all’improvviso e che scarica con pugni micidiali, e Il Gattopardo dove è un impetuoso Tancredi. Delon, si sappia, muore 27 volte al cinema. E in nessun caso resuscita. Dicevamo dei tragici noir a cui si sottopone incontrando un sinistro e crepuscolare senso di morte grazie a Jean Pierre Melville con cappello da cowboy: Frank Costello faccia d’angelo (Le samourai), Le cercle rouge, Un flic. Delon è all’apice della sua bellezza e del suo successo proprio durante gli anni della contestazione, sdraiato in costume da bagno e occhiali da sole sul bordo de La piscina di Deray.

Nel 1970 fa coppia con il collega/rivale Jean Paul Belmondo in Borsalino. Belmondo più guascone e fisico da lotta greco romana, Delon comunque robusto ma più proporzionato e aggraziato. Cappotto cammello, barba incolta e tormento interiore sarà un professore riminese ne La prima notte di quiete di Zurlini, poi l’intuizione della Adel Production che gli permise un discorso di autonomia e indipendenza tra il chapliniano e il truffautiano. L’incontro e la prima esperienza con il “patron” Jean Gabin era già avvenuta in Colpo grosso al casinò (1963), quando Delon sarebbe costato troppo per la produzione di Henri Verneuil e così propose di lavorare gratis con solo i diritti per l’estero del film. Ma con la Adel, Delon nel 1973 si toglierà lo sfizio di arruolare Gabin in un film da lui prodotto e recitarci (Due contro la città di José Giovanni).

Poi chiaro, prima degli anni ottanta con Godard, Schlondorff e Jacques Deray, Delon finisce nel gorgo dell’omicidio di Anton Markovic, la sua guardia del corpo uccisa nel 1968 da qualcuno che tutt’ora risulta ignoto. Per quell’occasione nefasta si scoprì che Delon era intimo amico di Francois Marcantoni, colui che venne subito additato come colpevole (e scagionato nel ’76). In mezzo sembrava ci fossero foto compromettenti della moglie dell’allora primo ministro George Pompidou. Marcantoni venne dipinto come un delinquente senza scrupoli anche se si venne poi a sapere che nel ‘43 aveva fatto la Resistenza ed era stato pure torturato dalla Gestapo. Marcantoni del resto era amico fraterno anche di “Bebel” Belmondo. Fatecelo ricordare, allora, il misogino, razzista e omofobo Delon 83enne mentre abbraccia e sbaciucchia i suoi cani. Dieci, venti, trenta. La carica dei 101. Trentacinque il numero delle lapidi dei cani sepolti tra i 58 ettari della sua splendida tenuta a Douchy nel Loiret. Alain, oggi malato di cuore, piuttosto triste e solitario, ha anche detto che vorrà essere inumato nella cappella di fianco a loro. E che il piccolo Loubo dovrà morire tra le sue braccia con profondo sconforto degli animalisti. “Se muoio prima io lo farò sopprimere, voglio che muoia con me”. Il cinema l’ha salvato dalla morte, ha spesso raccontato Delon. Speriamo allora che attenda ancora un po’. Magari in attesa del film definitivo, quello dell’addio che ancora non c’è stato. Oltre le polemiche idiote c’è un attore inimitabile. Lasciatecelo guardare e ricordare soprattutto quando in primo piano fissa stringendo un po’ quegli occhi glaciali la cinecamera. È storia del cinema scolpita nella memoria.