La recente approvazione in Senato del decreto emergenza per la vicenda Xylella, nonostante gli appelli e la mobilitazione registratasi, non rappresenta solo la condanna a morte degli ulivi pugliesi, la cancellazione di un territorio e di un paesaggio unico, un pericoloso precedente e un attentato alla salute dei suoi abitanti, ma qualcosa di ancora più grave: la violazione di ogni ragionamento logico e scientifico, che non può che fare inorridire chi ancora mantiene un minimo di senso critico e capacità di discernimento.

L’ottimo articolo comparso ieri sul Fatto Quotidiano di Laura Margottini mette in luce proprio alcune profonde contraddizioni: come si può dare il via libera all’abbattimento di piante millenarie attribuendo la causa del disseccamento alla Xylella quando dai dati del monitoraggio, risulta che 3.300 piante sintomatiche campionate nel 2017-18 sono risultate negative al batterio e che invece circa 1.300 olivi sani risultano positivi a Xylella? E che dire del fatto che, sempre dai dati ufficiali, risulta che siano almeno una trentina le specie, anche erbacee, che ospitano il batterio? Tutta la Puglia dovrebbe quindi essere passata a ferro e fuoco? Perché ignorare quanto invece indicano studi pubblicati, ossia che piante sofferenti ed in via di disseccamento possono riprendersi e tornare a vegetare e produrre, se trattate con metodi tradizionali che forse hanno l’unico difetto di essere troppo a buon mercato? Quanti si appiattiscono sulle posizioni degli organi ufficiali preposti alla gestione della vicenda Xylella, spacciate come “scientifiche”, dovrebbero ricordare queste parole scritte da Lorenzo Tomatis ne Il Fuoriuscito: “In un primo tempo la Scienza crea la reputazione, la reputazione diviene la base di un potere che quando si consolida non ha più bisogno della Scienza per conferirgli credibilità”.

E a proposito del recente report dell’Efsa che dà il via libera agli abbattimenti, vorrei ricordare che si tratta della stessa agenzia che, con un parere opaco e discutibile, concluse che: “E’ improbabile che il glifosate sia cancerogeno”, ma di recente condannata dalla Corte di Giustizia Europea a rendere pubblici gli studi al riguardo.

Difendere l’indipendenza e l’autonomia della ricerca scientifica, la trasparenza dei risultati, il confronto fra approcci e paradigmi diversi sono doveri cui nessuno che abbia a cuore la salute e il futuro del pianeta può più sottrarsi.

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