Nell’ultimo comunicato Istat sulla produzione industriale, riferito a febbraio, l’ottava casella brillava particolarmente. Nel contesto di un’inattesa ripresa dell’attività manifatturiera, l’industria farmaceutica è riuscita a mettere a segno un +11% rispetto allo stesso mese del 2018. Un progresso che si ridimensiona al 5,3% correggendo il dato per il diverso numero di giorni lavorati, ma comunque testimonia il dinamismo del comparto. La farmaceutica “pesa” sull’indice complessivo per un relativamente modesto 3%. Dunque, per quanto forte, si tratta di una spinta che impatta in maniera modesta sulle performance complessive della nostra manifattura.

Qualcuno ha voluto leggere questo balzo come l’effetto di un “panico da Brexit”. In sostanza in vista di un possibile esito traumatico delle trattative la Gran Bretagna avrebbe fatto incetta di farmaci, molti dei quali prodotti in Italia da imprese come Recordati, Zambon o Chiesi. Probabilmente un contributo di questo tipo c’è stato, e dovrebbe ridimensionarsi nei prossimi mesi a seguito del rinvio delle scadenze per il divorzio tra Gran Bretagna ed Unione europea. Tuttavia il suo peso non va esagerato. Quelle farmaceutiche sono infatti produzioni attentamente pianificate in modo di assicurare sempre le forniture necessarie.

Piuttosto quello di febbraio è l’ennesimo segnale di buona salute di cui gode questo settore, uno dei motori più dinamici del made in Italy. Il trend di crescita poggia su basi solide e, al di là di fisiologiche oscillazioni mensili, sembra ben consolidato. Dopo una rincorsa durata un decennio l’Italia lo scorso anno ha superato la Germania ed è diventata il primo produttore farmaceutico dell’Unione europea. Una volata riconducibile nella quasi totalità al boom delle esportazioni, più che raddoppiate nell’ultimo decennio. Il valore della produzione ha così raggiunto i 31 miliardi, con una crescita del 22% rispetto al 2008 e a fronte del -14% dell’intero settore industriale. Gli occupati sono saliti dell’8% superando i 65mila addetti, con assunzioni che hanno interessato in larghissima parte giovani sotto i 35 anni e per l’80% con contratti a tempo indeterminato.

Come è stato possibile? “Abbiamo investito molto sulle tecnologie e sulla specializzazione delle produzioni”, spiega il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, “raggiungendo una produttività più alta rispetto al resto d’Europa e compensando così un costo del lavoro più alto rispetto a quello di altri paesi”. È stato così possibile convincere gli investitori, anche esteri, a continuare a puntare sull’Italia e a rafforzare la loro presenza. Scaccabarozzi rimarca inoltre come la qualità delle risorse umane italiane abbia pochi eguali nel mondo, anche grazie a un rapporto virtuoso tra scuole e aziende. “Investiamo molto sui giovani, e abbiamo creato nuove competenze coerenti con l’evoluzione delle produzioni”.

La farmaceutica è un tipo di industria che per sua natura tende ad essere poco influenzata dai cicli economici. Le medicine non sono prodotti su cui si risparmia, se non in casi di grave difficoltà. Anche per questa ragione il presidente di Farmindustria non vede all’orizzonte particolari rischi per il settore legati a un eventuale rallentamento dell’economia globale o da sviluppi traumatici della saga Brexit. “Da tempo è stato avviato un dialogo con le autorità competenti per fare in modo che il processo di separazione della Gran Bretagna non abbia conseguenze gravi per l’approvvigionamento di medicinali e per evitare che i farmaci siano oggetti di embarghi o dazi“, spiega Scaccabarozzi”. In teoria qualche contraccolpo in più alla farmaceutica made in Italy potrebbe piuttosto arrivare dal fronte interno. Ogni anno lo Stato acquista farmaci prodotti in Italia per un controvalore di 13 miliardi di euro. Si tratta di spesa pubblica che come tale risente delle pressioni che subiscono le finanze statali. Tuttavia, conclude Scaccabarozzi, il settore “rende più di quanto prende”, poiché, oltre a fornire una spinta all’economia, restituisce allo Stato circa 14 miliardi di euro sotto forma di tasse e contributi vari.

Twitter @maurodelcorno

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