Anticamente era il popolo ad acclamare i suoi pastori e i suoi santi. Nel corso degli ultimi secoli, la Chiesa di Roma ha deciso di codificare in modo abbastanza rigoroso e trasparente la scelta delle sue guide e di coloro da beatificare e canonizzare. Su quest’ultimo processo, è ancora abbastanza aperto il dibattito tra chi vorrebbe proclamare santi soltanto figure appartenute al passato e chi, invece, preme per elevare agli onori degli altari uomini e donne contemporanei. Se pensiamo soltanto ai santi “famosi” del Novecento, l’elenco è abbastanza lungo: da Santa Teresa di Calcutta a San Pio da Pietrelcina, a tre papi recenti come San Giovanni XXIII, San Paolo VI e San Giovanni Paolo II. Senza dimenticare che sono in corso le cause di beatificazione di Pio XII e Giovanni Paolo I.

Da un lato c’è chi sostiene che bisogna aspettare almeno un secolo dalla morte prima di prendere in esame una figura da proclamare santa. Il motivo è quello di non cedere all’entusiasmo del momento e alle cordate dei collaboratori del candidato alla santità. Ma anche per avere una giusta prospettiva storica che sappia valutare con un certo distacco la vita e i gesti compiuti dal futuro santo, analizzando anche gli effetti in un tempo più lungo. Dall’altro lato c’è, invece, chi è convinto che bisogna additare al mondo uomini contemporanei per dimostrare che la santità non è qualcosa di lontano e difficile, bensì una realtà feriale, ovvero quotidiana, accessibile a tutti. E anche per raccogliere le testimonianze di coloro che hanno vissuto accanto al candidato agli altari. Due posizioni distinte che convivono nella Chiesa cattolica.

Nella prima prospettiva si inserisce la richiesta della figlia primogenita di Aldo Moro, Maria Fida, che in una lettera indirizzata a papa Francesco ha chiesto “di interrompere il processo di beatificazione di mio padre, sempre che non sia invece possibile riportarlo nei binari giuridici delle norme ecclesiastiche. Perché è contro la verità e la dignità della persona che tale processo sia stato trasformato, da estranei alla vicenda, in una specie di guerra tra bande per appropriarsi della beatificazione stessa strumentalizzandola a proprio favore”.

Maria Fida chiede esplicitamente a Bergoglio di interrompere quello che definisce il “business della morte”, nato dopo il sequestro e l’uccisione del padre, il 9 maggio 1978. La donna sottolinea che “nell’ambito dello stesso processo ci sono delle infiltrazioni anomale e ributtanti da parte di persone alle quali non interessa altro che il proprio tornaconto e per questo motivo intendono fare propria e gestire la beatificazione per ambizione di potere”. Parole molto dure che fanno riflettere su quanto anche la strada verso la santità possa essere strumentalizzata da persone senza scrupoli, che possono nascondere in modo abbastanza ipocrita, dietro nobili ideali professati con la bocca, intenzioni completamente diverse.

Nei giorni del sequestro di Moro, risuonò forte l’appello di Montini per la liberazione “senza condizioni” del leader Dc di cui il papa era profondamente amico. San Paolo VI aveva offerto la sua vita in cambio di quella di Moro. Parole totalmente inascoltate alle quali, dopo l’uccisione del leader della Democrazia Cristiana, seguirono quelle struggenti con le quali Montini ne celebrò le esequie nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Il papa ruppe un tabù perché mai prima di allora il vescovo di Roma aveva partecipato al funerale di un laico. Esequie che si svolsero davanti ai massimi vertici della Dc, ma senza la bara di Moro per decisione della famiglia, in aperta polemica con i compagni di partito del defunto, considerati i veri assassini.

“E ora – affermò Montini in quella messa esequiale – le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il De profundis, il grido cioè e il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente e amico; ma tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

La denuncia di Maria Fida merita di essere presa in esame in modo scrupoloso dalla Congregazione delle cause dei santi, che ha il compito di vigilare sull’operato dei postulatori dei processi di beatificazione e canonizzazione. Non a caso, a guida di questo dicastero chiave della Santa Sede, Bergoglio ha nominato il cardinale Giovanni Angelo Becciu, persona di massima fiducia del papa, molto attento a far rispettare tutte le norme che regolano il cammino verso la santità. È indubbio che la causa di Aldo Moro non può e non deve diventare un’occasione per riscrivere la storia della Democrazia Cristiana e delle Brigate Rosse. E nemmeno della drammatica pagina vissuta in Italia alla fine degli anni Settanta. La politica è una cosa. La santità è un’altra.

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