Ancora guai per Huawei. Mentre gli Stati Uniti non accennano ad allentare le pressioni sui partner europei intenzionati a coinvolgere l’azienda cinese nello sviluppo della rete 5G, nuove indiscrezioni gettano ombre sul controverso marchio. Secondo una corposa inchiesta di Bloomberg, Vodafone – che collabora con la compagnia telefonica di Shenzhen da dieci anni – avrebbe rilevato fin dal 2011 l’esistenza di “bug critici” e “backdoor” (“porta di servizio” ) nei router e altre apparecchiature utilizzati in Italia in grado potenzialmente di fornire al colosso cinese accesso non autorizzato alla rete fissa. I documenti informativi visionati dall’agenzia americana rivelano che dopo aver chiesto di rimuovere le “vulnerabilità” e aver ricevuto rassicurazioni sull’avvenuta risoluzione del problema, l’operatore con base a Londra avrebbe nuovamente evidenziato in fase di test la presenza di minacce per la sicurezza. Rispondendo alle accuse, la stessa Vodafone ha spiegato di aver discusso e risolto le criticità direttamente con Huawei nel biennio 2011-2012, aggiungendo di non aver riscontrato alcuna compromissione dei dati da parte di terzi. Letteralmente: “Nel settore delle telecomunicazioni non è raro che gli operatori rintraccino vulnerabilità nelle apparecchiature dei fornitori“.

Infatti, le backdoor – sebbene sfruttabili per operazioni di hackeraggio – sono spesso previste dagli sviluppatori perché consentono di intervenire in modo rapido e diretto in caso di anomalie. Tanto più che la “porta di servizio” a cui allude Bloomberg non è altro che Telnet, un protocollo comunemente utilizzato da molti fornitori del settore per l’esecuzione di funzioni diagnostiche e non accessibile da internet. “Non si è trattato che della mancata rimozione di una funzione diagnostica dopo lo sviluppo”, ha chiarito Vodafone. Tutto risolto? Neanche per idea, perché secondo fonti a conoscenza del caso, le vulnerabilità nei router e nella rete di accesso fissa sarebbero rimaste anche oltre il 2012 e non solo in Italia. Problematiche analoghe pare siano state segnalate anche negli Stati Uniti, in Germania, Spagna e Portogallo, tanto che l’allora capo della sicurezza informatica di Vodafone, Bryan Littlefair, si era detto preoccupato per il comportamento di Huawei, che pur avendo “accettato di rimuovere il codice” aveva poi cercato di eludere l’impegno adducendo giustificazioni legate alla “qualità” del prodotto.

Che l’inchiesta di Bloomberg sia sufficiente ad avvalorare i timori degli Stati Uniti è ancora tutto da vedere. Da anni Washington punta il dito contro presunti legami simbiotici tra Huawei e la leadership comunista in virtù tanto del passato militare del fondatore Ren Zhengfei quanto della struttura societaria tutt’altro che limpida. Report indipendenti suggeriscono la possibilità che l’azienda sia controllata dal partito e finanziata da tre diramazioni della sicurezza dello Stato, preoccupazioni queste ultime condivise recentemente dalla CIA con gli alleati della partnerhip anglofona Five Eyes. Mentre le accuse di spionaggio ad oggi non trovano conferma – se non all’interno di documenti classificati – il governo americano sta portando avanti la sua battaglia nelle corti di giustizia, dove il colosso di Shenzhen e la CFO Meng Wanzhou devono rispondere, tra le altre, dell’accusa di aver intrattenuto rapporti commerciali con l’Iran in barba alle sanzioni.

Per il momento, oltre agli Stati Uniti, soltanto l’Australia ha bandito ufficialmente Huawei dalla propria rete 5G. Quanto all’Europa, la posizione dominante vede i singoli paesi prediligere un irrobustimento delle misure di sicurezza o un’esclusione parziale. È questo il caso della Gran Bretagna, dove – “backdoor” a parte – secondo rivelazioni degli scorsi giorni il governo May avrebbe deciso di accogliere l’azienda di Shenzhen seppur limitatamente alla fornitura di “componenti non cruciali”. Il leak, che è costato il posto al ministro della Difesa Gavin Williamson, arriva a poco più di un mese dall’ultimo resoconto della National Cyber Security Centre. L’organizzazione governativa confermava la “scarsa ingegneria del software” Huawei ma definiva “improbabile” la presenza di “interferenze del governo cinese”. Ritardi e costi più elevati sono i fattori citati a febbraio dall’amministratore delegato di Vodafone, Nick Read, a difesa della collaborazione con l’azienda cinese nello sviluppo della rete di quinta generazione. Come ricorda Agi, in Italia, l’operatore britannico è titolare del progetto 5G di Milano, che prevede investimenti di 90 milioni in quattro anni e ha Huawei tra i fornitori.

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