Ci sono voluti dieci anni dal sisma del 6 aprile 2009 prima di avviare la ricostruzione del capoluogo abruzzese, che a gennaio 2016 aveva acceso una timida luce nel salotto buono della città, su iniziativa di due imprenditori locali

La presidente del consorzio addetto ai restauri, coadiuvata dall’ingegner Valentino Perilli – progettista del centro commerciale L’Aquilone – affidò all’impresa Cingoli di Teramo il ripristino del palazzo della Prefettura (più noto come palazzo del Governo), della Banca d’Italia e dello storico cinema Imperiale: in pratica, i punti strategici del cuore cittadino, che si snodano lungo corso Federico II, piazza Duomo e corso Vittorio Emanuele II. Tutto ciò, nell’ambito di una grande famiglia abruzzese allargata a negozianti, professionisti e costruttori. Nel capitolato l’inizio cantiere era previsto per il 27 gennaio 2016, e la fine entro il 26/01/2019. A oggi, nonostante i lavori siano quasi terminati, esponendo marmi e travertini nuovi di zecca ancora permangono i ponteggi, per via delle frequenti interruzioni che caratterizzano l’opera in corso. I cantieri allo stato attuale sono presenti a macchia di leopardo, in un centro ove si alternano zone abbandonate a se stesse e altre in piena attività di ricostruzione.

Un percorso di lacrime amare

La prima volta che entrai nella zona rossa dentro L’Aquila fu nell’agosto 2009, quattro mesi dopo l’apocalisse. All’inizio di via XX settembre, sul lato sinistro, si stagliavano i casermoni delle case popolari sventrati da crepe e squarci. Oggi, dieci anni dopo, sono rimasti tali e quali. Da lontano ricordano “paesaggi” siriani di palazzi traforati dopo una battaglia cruenta: le crepe assomigliano ai fori lasciati da proiettili di grosso calibro. Queste costruzioni, già fatiscenti a suo tempo, sono una bomba a orologeria; minate dalle intemperie e dalle infiltrazioni d’acqua, a causa di un clima invernale costantemente rigido, dovevano essere abbattute subito per evitare crolli, possibili nelle loro condizioni. Invece eccole ancora qui, deserte, simbolo del pressappochismo istituzionale. Ignorate dalle ditte dei privati, che da questi ruderi non possono ricavare alcun profitto nel grande business della ricostruzione.

L’11 maggio 2016, dopo oltre 7 anni dal crollo della Casa dello studente che uccise otto ragazzi in via XX settembre e quello del Convitto nazionale che falciò le vite di tre adolescenti, la Cassazione condannò a quattro anni i tecnici che avevano eseguito malamente i lavori di restauro nel 2000, e a due anni e mezzo il presidente della Commissione di collaudo. Le pecche più gravi furono riscontrate nel cemento scarso, in rapporto agli altri materiali utilizzati per l’impasto del calcestruzzo, e sabbia di qualità inferiore. Oltre all’assenza del plinto, il supporto a forma di prisma che avrebbe dovuto rinforzare la colonna portante della struttura.

Il fatto più grave fu che, dopo le prime scosse nei giorni che precedettero la fatidica notte del 6 aprile, l’ingegnere addetto alle verifiche aveva rassicurato gli studenti, che dormivano accampati in piazza Duomo presagendo il peggio. Questi si salvarono così, mentre le 11 vittime purtroppo erano già rientrate nell’edificio, dovendo sostenere gli esami il giorno successivo. A fine luglio del 2017, il rudere superstite venne demolito e l’area spianata, lasciando solo un capitello come simbolo della tragedia. Una sorta di colonna infame di manzoniana sembianza, che insieme al manifesto che racconta i dettagli della vicenda con i nomi dei ragazzi rappresenta un museo alla memoria dei defunti. Sul lato opposto della strada, sopra una grata, sono appesi alcuni orsacchiotti consunti dalle intemperie e la foto di una bambina. Ricordano la fine di Francesca Milani, nove anni, rimasta sepolta sotto le macerie della sua casa. Cimeli che commuoverebbero un ergastolano.

La rendita dei ponteggi

Il giorno dopo Pasquetta, rientrate le carovane di turisti e visitatori vari, i cantieri riprendono a ritmo frenetico, nel tentativo di recuperare il tempo perduto. Le gru s’intrecciano l’una con l’altra, mentre i battipalo percuotono il suolo per scavare le nuove fondamenta; si spera stavolta con criteri meno sparagnini delle precedenti. Il centro storico brulica di ponteggi, ma molti di questi erano già presenti da prima a puntellare ruderi ormai inutilizzabili.

Un business succulento: il costo di un ponteggio medio oscilla da 8 a 15 euro al metro quadro, il primo mese di noleggio. Dal secondo mese in poi le tariffe scendono intorno ai tre euro, ma rappresentano comunque una rendita duratura. Non basta: nel caso dei ponteggi a tubino e giunto, il calcolo di norma si esegue al metro lineare, contando gli elementi che li compongono, che sono i morsetti a snodo e gli spinotti di giunzione. Qui le cifre possono anche raddoppiare.

Il ponteggio tubolare eretto nei pressi di via Gaglioffi (un nome azzeccato, se riferito ai personaggi coinvolti) supera i 500 metri quadri. Calcolato al metro quadro, verrebbe fuori un noleggio che oscilla dai 22 ai 25mila euro annui. Se invece il calcolo fosse fatto a metro lineare, tra snodi, morsetti e spinotti, forse non ne basterebbero 50mila. E stiamo parlando di uno solo. Dentro L’Aquila, tra vecchi e nuovi, è pressoché impossibile contarli tutti. Oneri che gravano in maniera pesante sul bilancio comunale e regionale, riflettendosi inevitabilmente sulla cittadinanza. Purché si finisca presto. Presto e bene, perlomeno stavolta.

(Foto e testi Flavio Bacchetta)
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