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“Le parole si sono armate, è un danno democratico”: l’appello dei giovani Acli ai 720 europarlamentari contro il linguaggio d’odio in politica

Secondo i giovani, il linguaggio pubblico sembra sempre più vicino alla logica dello scontro che a quella del confronto: "Bisogna imparare a difendere le proprie idee senza disumanizzare chi la pensa diversamente"
“Le parole si sono armate, è un danno democratico”: l’appello dei giovani Acli ai 720 europarlamentari contro il linguaggio d’odio in politica
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“Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato. Prima che qualcuno venga espulso, qualcuno lo ha chiamato invasore. Prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso nemico con una parola”. È da qui che parte il “Manifesto per una politica che costruisce, non distrugge”, l’appello lanciato dai Giovani delle Acli e inviato ai 720 europarlamentari con una richiesta precisa: sottoscrivere un impegno pubblico per “disarmare le parole” e contrastare l’escalation di aggressività che caratterizza il dibattito politico e mediatico.

L’iniziativa arriva in un momento in cui, secondo i giovani, il linguaggio pubblico sembra sempre più vicino alla logica dello scontro che a quella del confronto. A fotografare questa percezione è la ricerca “Generazione in conflitto?“, realizzata dai Giovani delle Acli tra gli under 35. Il dato più significativo riguarda proprio il linguaggio utilizzato da politica e media: il 58,57% degli intervistati lo considera aggressivo, divisivo o apertamente ostile. Nel dettaglio, il 48,02% ritiene che sia “piuttosto aggressivo e di parte”, mentre il 10,55% parla di un linguaggio apertamente violento.

Non va meglio sui social network. Qui la percezione negativa sale al 61,77%: il 46,33% dei giovani registra un peggioramento dei toni negli ultimi anni e il 15,44% considera la violenza verbale ormai strutturale. Ancora più significativo il dato relativo alla normalizzazione dell’ostilità online: per il 35,4% degli intervistati “i social sono sempre stati così”. Solo il 2,82% riesce a individuare un clima caratterizzato dal rispetto reciproco. Numeri che, secondo i promotori dell’iniziativa, raccontano una distanza crescente tra le nuove generazioni e il modo in cui viene costruita la discussione pubblica.

“Nelle risposte aperte della ricerca emergeva con forza una definizione: il linguaggio si è armato“, spiega a ilfattoquotidiano.it Simone Romagnoli, coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli. “Abbiamo deciso di lanciare questa campagna partendo da una domanda molto semplice rivolta alla politica: siete ancora capaci di parlare dei problemi senza attaccare le persone?”. Il manifesto prende spunto anche dalla recente enciclica di Papa Leone XIV, “Magnifica Humanitas“, che al paragrafo 214 richiama la necessità di “disarmare il discorso” e “disarmare le parole”. Un passaggio che ha rafforzato un percorso già avviato dall’associazione. “Avevamo lavorato a questa iniziativa prima ancora dell’uscita dell’enciclica”, racconta Romagnoli. “Quando abbiamo letto quelle parole del Papa abbiamo capito che stavamo intercettando un’esigenza reale e diffusa”. Da qui la decisione di tradurre l’appello in diverse lingue e inviarlo a tutti i membri del Parlamento europeo.

L’obiettivo non è chiedere una politica più morbida o meno conflittuale. “Non stiamo chiedendo di rinunciare al confronto“, precisa Romagnoli. “Il conflitto è parte della democrazia. Ma c’è una differenza fondamentale tra avversario e nemico. L’avversario fa parte della comunità democratica. Il nemico, invece, viene espulso da quella comunità. Quando la politica confonde queste due figure, il danno non è solo linguistico: è democratico”. Nel testo inviato agli eurodeputati si chiede di utilizzare “verbi che costruiscono” – proporre, riformare, trasformare, negoziare – invece di un linguaggio fondato sulla distruzione dell’avversario. Si invita inoltre a evitare etichette che riducono le persone a categorie stigmatizzanti, a distinguere sempre la critica delle idee dalla delegittimazione di chi le sostiene e a sostituire la retorica dell’emergenza permanente con un approccio più attento alla complessità.

Per Romagnoli il tema riguarda in particolare le giovani generazioni, che crescono in un contesto in cui l’aggressività è spesso premiata dagli algoritmi e imitata dalla comunicazione politica. “Se il tema sono le migrazioni, puoi parlare della gestione dei flussi migratori oppure puoi dire che il problema sono gli immigrati. Apparentemente stai affrontando la stessa questione, ma nel primo caso stai discutendo una politica pubblica, nel secondo stai attaccando delle persone. È una differenza enorme”. Un ragionamento che i Giovani delle Acli rivolgono anche a se stessi. “Abbiamo fatto molta autocritica”, ammette il coordinatore nazionale. “Tutti rischiamo di cadere in queste dinamiche. Anche nei movimenti, nelle piazze, nelle campagne. Il punto è imparare a difendere le proprie idee senza disumanizzare chi la pensa diversamente”. L’iniziativa, spiegano, ha già suscitato interesse da parte di diversi europarlamentari. Nelle prossime settimane l’obiettivo sarà trasformare il manifesto in una campagna più ampia, con incontri pubblici e momenti di confronto sul linguaggio politico e sul suo impatto nella società. Perché, come scrivono i Giovani delle Acli nel documento inviato a Bruxelles, “le parole non sono parole qualunque”. Formano opinioni, costruiscono immaginari e legittimano comportamenti. E se la politica vuole ancora parlare di pace e ai giovani, sostengono, dovrà cominciare dal modo in cui sceglie di parlare.

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