Ci sono voluti 30 secondi per far tremare 750 anni di storia, annientare la vita di 309 persone, distruggere e danneggiare i 1500 monumenti ed edifici vincolati di uno dei centri storici più pregiati ed estesi d’Europa. Dopo dieci anni e nove miliardi di euro spesi per la sua ricostruzione, l’Aquila non torna a volare. Ancora oggi è il più grande cantiere d’Europa, e mentre la ricostruzione privata è nella sua fase conclusiva quella pubblica non è partita, strozzata dalle strettoie burocratiche e dall’assenza di un piano di ricostruzione unitario e lungimirante: il suo centro storico e l’università – oggi entrambi desertificati, ma da sempre organismi dinamici e pulsanti della società – non sono tornati a vivere.

Dopo dieci anni non è stato neppure possibile riportare lo storico mercato in piazza del Duomo, dove si è svolto giornalmente dal 1700 fino al 6 aprile 2009. Il mercato è lo spazio urbano governato, è l’espressione del senso comunitario e dell’eterogeneità culturale delle città. Forse la rinascita dell’Aquila potrebbe proprio ripartire da qui, perché è un luogo storicamente capace di rinsaldare e rafforzare i legami sociali.

E’ proprio lo sfaldamento del tessuto sociale il rischio maggiore della lenta ricostruzione dell’Aquila. I 9mila cittadini che vivono ancora dislocati nelle 19 new town e gli aquilani tutti vogliono tornare alla normalità, e per loro “normalità” significa ritornare ai luoghi storici che rappresentano la memoria collettiva nei quali essi si riconoscono. Hanno manifestato questa loro invincibile volontà in passato, forzando i cartelli di divieto della zona rossa e ostinandosi oggi a passeggiare in un centro storico sfilacciato e lacerato, tra piazze cantierizzate, strade interrotte, palazzi del potere svuotati ed edifici storici resi inaccessibili da fitte maglie di tubi innocenti. È stato fatto credere loro che per vivere fosse sufficiente avere una casa, ma dopo dieci anni gli aquilani vogliono riprendersi le piazze, i musei, i campanili, il mercato, i bar del centro storico.

Di queste istanze e del diffuso desiderio di rinascita si sono fatti interpreti e portavoce molti raggruppamenti locali. Tra questi, alcune associazioni, università, licei che con l’organizzazione danese Eahr e l’università Iuav di Venezia hanno recentemente portato all’attenzione della politica una simbolica iniziativa, dal titolo “30 alberi per ritornare”. Trenta piccoli alberi sono stati installati presso l’Emiciclo, sede del Consiglio regionale d’Abruzzo; simboleggiano la caparbietà e la forza di una collettività consapevole delle proprie radici e della propria storia, ma allo stesso tempo il senso di fragilità che comporta lo sradicamento e la richiesta urgente – prima che sia troppo tardi – di rimettere in contatto una comunità con la propria identità storica. Vale a dire, la sua anima.

“30 alberi per ritornare”
Gruppo promotore: Master Emergency dell’Università di Venezia Iuav e Emergency Architecture and Human Rights (Eahr), con le associazioni VIVIAMOLAq e studio Proteo Associati. In collaborazione con: dipartimento di Ingegneria dell’Università de L’Aquila; Abaq Accademia di belle arti de L’Aquila; Liceo artistico statale Fulvio Muzi.