Steven Spielberg? “Schiavo del dio denaro”. John Ford? “Nella sua vita ha fatto un film vergognoso”. Morricone? “A volte si addormenta”. Lo chiamavano Trinità…? “Ha rappresentato solo la logica conclusione di centinaia di western insopportabilmente imbecilli”. È un Sergio Leone talmente schietto, quello che appare nel lunghissimo e prezioso libro/intervista C’era una volta il cinema (Il Saggiatore), da risultare perfino insolente. Certo, l’ammirazione per il cineasta Leone è infinita. Ma nel rispondere al critico e storico del cinema Noel Simsolo (la chiacchierata pubblicata in Francia nel 1998 e datata 1986) il regista morto il 30 aprile del 1989 sembra autocelebrarsi come nemmeno un imperatore romano. Un classico memoir biografico, domanda su domanda, in ordine cronologico: fanciullezza ad osservare il padre regista ostacolato dal fascismo; adolescenza alla Vitelloni con il film Viale Glorioso che mai si farà; adulto “precoce” diventato prestissimo l’ “assistente alla regia più richiesto d’Italia”; infine i successi (Per un pugno di dollari, su tutti) che sembrano già impressi nella visionarietà del nostro prima che si realizzino, felici intuizioni tecniche, poetiche, formali che potrebbero rasentare la pignoleria di Kubrick e Tarantino messi insieme. Come sempre nei biopic l’aneddotica si spreca. Divertenti i ricordi di bambino con un Blasetti ostentatamente fascista anche a Mussolini morto, la comparsata come frate in Ladri di biciclette con la tunica che si squaglia sotto la pioggia rovinandogli il maglione rosso e il taccagno Vittorio De Sica che non vuole ripagargli alcunché. Eppure Leone sembra già da ragazzo assumere una consapevolezza di sguardo e di organizzazione di produzione e set che fanno davvero paura. Ad esempio a 29 anni, assistente di William Wyler sul set di Ben Hur a Cinecittà è lui a girare la sequenza della corsa delle bighe (“Wyler non  è mai venuto sul set di questa scena”), inventandosi perfino uno “slittino” che permettesse agli operatori di “stare bassi e di filmare i cavalli con la camera car che ci tirava”.

Un Leone artista a tutto tondo, immenso, totale. Amante di Viaggio al termine della notte di Celine, dei quadri di Groz, Dix, Ernst, e De Chirico, ma detrattore di Antonioni (“i dialoghi di Deserto Rosso sono ridicoli”, “era meglio vedere i suoi film senza sonoro”), come di Age e Scarpelli convocati per la sceneggiatura de Il buono, il brutto, il cattivo (“la nostra collaborazione fu un disastro, prendevano tutto come uno scherzo (…) non ho potuto utilizzare nulla di quello che hanno scritto”). Uno che fin dall’opera seconda sembra avere già in testa le coordinate di una poetica che diventerà presto universale. “Spaghetti-western” sì, ma gli americani non erano offensivi nel coniare il cosiddetto sottogenere o nuovo genere, come invece fu la solita critica italiana snob ed elitaria. “Il cinema non è l’industria dei sogni, ma la fabbrica dei miti”, spiega Leone a Simsolo. Un po’ di Goldoni, un po’ di romanzo picaresco, una scrupolosissima ricostruzione neorealistica dei dettagli (le armi in tutti i suoi western o gli spolverini dei killer in C’era una volta il west), per poi giungere ad una conclusione poi fatta propria dai Coen: “ad inventare il western fu Omero”.

Ricordando, ovviamente, che è stato lui a “imporre l’eroe negativo” e a “distruggere il genere” western (che poco amava) riportando la trilogia del dollaro sul terreno dell’astrazione, o a ri-fare il peplum come John Boorman fece con il genere giallo in Senza un attimo di tregua. Consapevole, cosciente, fiero di aver modificato il corso del cinema mondiale, Leone torna più volte sul suo secondo film, che è poi l’immediata apoteosi e affermazione – Per un pugno di dollari – ricordando di essere stato lui “a lanciare la moda dei titoli di testa animati” e di aver scelto uno per uno gli attori principali scansando le imposizioni dei produttori della Jolly Film con cui poi Leone aprì una lunga causa in tribunale per i diritti della pellicola. A proposito la celebre descrizione della recitazione di Clint Eastwood è riassunta esattamente in “tre espressioni”: “con sigaro, con cappello, senza cappello”.

In compenso Leone con la sua determinazione che assume quasi i toni della prepotenza, ricalca i contorni e i contenuti della classica figura dell’ “autore” da controllo totale dell’opera. “L’unica libertà è dire no”, spiega perentorio a Simsolo. E al terzo film, quando si tratta di trovare un cimitero in cui girare il celeberrimo “triello” tra Lee Van Cleef – grandi elogi per lui -, Eli Wallach – idem -, e Clint Eastwood – giudizio positivo ma senza esagerare – Leone schiocca le dita e fa ricostruire in quattro e quattro otto dai soldati dell’esercito spagnolo (allora ancora franchista) un cimitero con oltre 10mila tombe e un’arena ovale in mezzo. Non si salva nessuno dalla furia dell’imponente Leone, anarchico che gira film sulla rivoluzione sbeffeggiandone il radicalismo: Rod Steiger è un egocentrico da Actor’s Studio; Peter Bogdanovich che doveva scrivere Su la testa sembra una parodia di Jerry Lewis (“un disastro”); Dario Argento che assistente impotente da spettatore allo scambio tipo tennis di citazioni tra Leone e Bernardo Bertolucci mentre stanno preparando il soggetto di C’era una volta il west. Si salvano solo due nomi. Segnateveli perché in tanti li hanno bistrattati, e qui Leone davvero sorprende, più che per i roboanti giudizi sui colleghi meno bravi: Peter Weir e Claude Sautet. Quest’ultimo – bomba al napalm – “un Ettore Scola in meglio”. E poi c’è ancora qualcuno che vuole chiedersi perché il regista romano non era amato ancora in vita in Italia, e faceva una discreta fatica a trovare fondi per produrre film da metà anni settanta in poi.

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