Matteo Salvini lo sa: scrivere o firmare atti ufficiali non conviene. Troppa fatica, troppa responsabilità diretta. Non a caso, infatti, preferisce i tweet o i post su Facebook. La sua politica è quella di fare della politica un mero esercizio di comunicazione: lui twitta, gli altri obbediscono. Scrivere “i porti sono chiusi” oppure “qui non sbarca nessuno” dall’account ufficiale è considerato sufficiente per indurre schiere di poliziotti, militari, funzionari e dipendenti pubblici a scattare sull’attenti e prodigarsi per respingere navi piene di immigrati. L’obiettivo – più o meno inconfessato – sembra essere quello di emettere ordini senza neanche esplicitarli, desumibili dal solo tono del tweet: allegro andante, crescendo, moderato, perentorio, ecc. 

La tweet-governance è il sogno di ogni aspirante sovrano o sovranista (post e iper)moderno: consente di dare ordini senza dover mai finire davanti a un tribunale (per esempio), oppure di dare ordini e lasciarsi sempre una via di fuga politica, perché tanto sarebbe indimostrabile l’esistenza dell’ordine stesso. Un tweet può essere smentito, può essere interpretato, può essere modificato o cancellato, si può perfino attribuire la sua colpa allo stagista di turno che gestisce gli account social. Un tweet non ha destinatari specifici, si rivolge all’universo-mondo, agli “Amici” così come agli alieni.  

Un atto scritto, invece, no: sta lì, si può toccare, bisogna avere l’autorità per produrlo, occorre dargli un titolo, inserire i destinatari, spiegare nel dettaglio il senso, motivarlo e poi firmarlo. Faticaccia! Soprattutto se ciò che si scrive non ha la minima aderenza con le norme dell’ordinamento. In questi casi si può ricorrere agli “acrobati del diritto” (i ministeri ne sono pieni), ossia a quelli che sanno scrivere in modo apparentemente conforme al diritto ma con l’obiettivo specifico di imporre una condotta in aperto contrasto con esso. Magie, trucchi, inserire ossessivamente “visto che”, “considerato che”, “rilevato che”, aggiungere un po’ di numeri a caso et voilà: si può perfino trasformare l’obbligo giuridico di salvare le vite umane in pericolo in un atto terroristico. 

Dicevo, quindi, che Salvini sa che scrivere atti ufficiali espone al pericolo. Ma ormai le circostanze lo costringono a farlo. Il “caso Diciotti”, baldanzosamente gestito con i soli tweet (cioè senza neanche un atto scritto), ha messo in stato di allerta generali, ammiragli, comandanti, funzionari e dipendenti pubblici: se non fosse stato per alcuni magistrati testardi che hanno voluto ricostruire la catena di comando fino ad arrivare al vertice del ministero, il caso invece che approdare in Parlamento si sarebbe potuto concludere con la sola responsabilità penale del comandante della nave “Diciotti”. In fondo, questi non aveva ricevuto nessun ordine scritto per comportarsi come si è comportato (o no?). Nessun decreto del ministro dei Trasporti ha mai disposto la chiusura dei porti (per farlo servono motivazioni giuridiche valide). Nessun atto ministeriale ha mai imposto il generale divieto di sbarco per gli immigrati (per farlo servono motivazioni giuridiche valide). In compenso c’era una produzione convulsa di tweet (le cui motivazioni potrebbero anche derivare dalla qualità del cibo che si è mangiato poco prima, oppure dai calcoli imprevedibili della “bestia” di turno). 

E allora ecco che accade il guaio: Salvini firma il 15 aprile una circolare per “intimare” alle autorità militari e di polizia di vigilare “affinché il comandante e la proprietà della Nave ‘Mare Jonio’ si attengano alle vigenti normative nazionali e internazionali” e, improvvisamente, si alza il putiferio. Cerchiamo di capire il problema: il ministro avrebbe scritto un documento di quattro pagine, pieno di “visto che”, “considerato che” e “rilevato che”, per chiedere semplicemente alle autorità militari e di polizia di svolgere il loro lavoro, quello per cui sono pagati? Ovvio che no, ma cosa poteva fare?  Non poteva mica scrivere “conto che vengano arrestati”, come in un tweet del 19 marzo scorso. Avrebbe dovuto motivarlo giuridicamente e, per questo, non basta un selfie o una storia su Instagram. Ancora no.


E così, le autorità militari pare abbiano sgamato il giochino (poco capitanesco) e, sentendosi in pericolo, stiano protestando, rivendicando come unico riferimento normativo legittimo l’ordinamento in vigore e non le circolari. “Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato”, pare abbia detto un generale, aggiungendo subito dopo: “Roba da regime”. 

E pensare che la condizione giuridica dello straniero in Italia è da sempre determinata (quasi) esclusivamente dalle circolari ministeriali. Sin dal 1861, infatti, un ministro italiano si alza e ordina ai suoi sottoposti le norme da applicare agli stranieri, in totale autonomia rispetto a qualsiasi legge nazionale o trattato internazionale. “Roba da regime”, appunto.