Lungo sfogo pronunciato ai microfoni di “Uno, nessuno 100Milan”, su Radio24, da Maurizio Leo, il papà di Stefano, il 33enne  ucciso a Torino il 23 febbraio scorso da Said Mechaquat, il 27enne italiano di origini marocchine, che quella mattina forse non doveva trovarsi ai Murazzi ma in una cella del carcere. Nel giugno del 2016, infatti, Said Mechaquat era stato condannato a un anno e 6 mesi per maltrattamenti e lesioni aggravate ai danni dell’ex compagna.
Il giudice aveva negato a Said la sospensione condizionale della pena per alcuni reati commessi in passato, e quando la sentenza è divenuta definitiva, per il 27enne sarebbe dovuto scattare l’arresto e la carcerazione.

In tarda mattinata, in una conferenza stampa, il presidente della Corte d’Appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti ha chiesto scusa e ha spiegato: “La cancelleria ha come input quello di far eseguire le sentenze più gravi, sopra i tre anni, perché al di sotto si ha la possibilità di ottenere l’affidamento in prova. E Said Mechaquat poteva avere accesso a pene alternative. Non c’è nessuna garanzia che il 23 febbraio il signor Mechaquat fosse in carcere. Ogni sei mesi ci sono 45 giorni di beneficio; inoltre, anche se l’imputato è stato condannato con sentenza definitiva, viene osservato e può accedere a misure alternative”.

Maurizio Leo, prima delle spiegazioni di Barelli Innocenti, ha voluto spiegare le sue ragioni, telefonando in diretta alla trasmissione. E ha esordito: “Io ho ancora tre figli, uno dei quali ha 27 anni e vive nel terrore. A me non è piaciuto assolutamente che tu, Alessandro, abbia detto che questo ragazzo, dopo un anno e mezzo di reclusione, sarebbe uscito comunque e ne avrebbe forse ammazzato un altro. Secondo me, queste storie vanno trattate con un po’ più di fermezza e di efficacia, anche da parte di voi giornalisti. Se questo, dopo un anno e mezzo, avesse ucciso di nuovo, vorrebbe dire che il carcere non serve a niente, che i servizi sociali non servono a nulla. Sul territorio italiano abbiamo in giro persone pericolosissime che, a loro modo, quando gli parte la testa, ammazzano i nostri figli. Non deve più succedere. E’ questo il punto”.

Il padre di Stefano Leo ha aggiunto: ” Secondo me, proprio per aiutare queste persone che ammazzano, tutti noi cittadini, e anche i giornalisti, dobbiamo essere più severi su queste situazioni. Questo ragazzo ha rovinato una trentina di famiglie. Io sono disperato. Quando questa notte ho saputo della Corte d’Appello di Torino non ho dormito per nulla e sono stato a navigare su google. E ho letto che nel 2017 a Torino c’è stato un episodio simile a quello accaduto a mio figlio, sempre uno sgozzamento di cui è stato vittima Maurizio Gugliotta (accoltellato da u rifugiato nigeriano senza un perché mentre camminava con un amico tra i banchi del mercato, ndr). Il suo assassino ha preso 12 anni. Ma perché questi sgozzano e non ti accoltellano allo stomaco o alla pancia? Perché vogliono uccidere. E questi sono dati di fatto. Adesso chi va in galera? Chi sconta la pena? Abbiamo giustificazioni per tutti“.

E ha continuato: ” Io me ne vado dall’Italia, ma scherziamo? C’è qualcosa che non funziona qui. Quando quel ragazzo ha detto che ha ucciso mio figlio perché “lo vedeva felice”, me lo ha ammazzato due volte. Ormai io ho fatto i funerali, non sono uno che va a invocare 40 anni di carcere o l’ergastolo, perché Stefano non me lo restituisce nessuno e vivo per pensare ai miei figli e alla mia famiglia. Però ormai è diventato un cinema. Prima questa dichiarazione di questo personaggio che voleva uccidere qualcuno felice, poi questa storia della Corte d’Appello: ma capite che è tutto assurdo? Neanche nei film c’è una sceneggiatura così. Ma tutti noi, veramente tutti quanti, dovremmo essere un po’ più incazzati perché queste cose non succedano più”.

Maurizio Leo ha poi concluso: “I servizi sociali, per esempio, sono pagati e hanno il dovere di agire, di aiutare persone come chi ha ucciso mio figlio o perlomeno di segnalare questi casi anomali. Questa gente è pagata. Secondo me, bisogna gestire lo Stato come un’azienda: chi sbaglia paga. Quando un settore non va bene e non produce, bisogna cambiare qualcosa. La giustizia italiana è lenta e ha carenze? Va bene, ma finché non muore nessuno. Bisogna prevenire”.

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