Oltre 4,2 milioni di firme in poco più di 48 ore. Firme di britannici che, attraverso l’area riservata alle petizioni del Parlamento, chiedono ai propri rappresentanti e al governo di Londra il blocco unilaterale dell’articolo 50, la procedura attraverso la quale il Regno uscirà dall’Unione europea. Appena 24 ore prima, Theresa May era riuscita a strappare a Bruxelles una breve proroga per arrivare a una stretta di mano con i membri dell’assemblea britannica e ratificare un accordo definitivo con i negoziatori dell’Ue. Tra i Remainers c’è ancora chi spera in uno stop all’ultimo secondo della Brexit, con i Laburisti di Jeremy Corbyn che sarebbero disposti a concedere un nuovo referendum pur di evitare di uscire dall’Europa senza un accordo. Ma May, come già fatto in passato, ha chiuso ogni porta: “Il mancato rispetto del risultato del referendum sarebbe un fallimento della nostra democrazia, qualcosa di intollerabile”.

Proprio mentre la premier sedeva al tavolo con gli altri 27 capi di Stato e di governo dell’Ue per discutere su una proroga della Brexit, inizialmente prevista per il 29 marzo e spostata al 22 maggio, sul sito del Parlamento britannico veniva lanciata la nuova petizione per chiedere la revoca dell’articolo 50. “Il governo – si legge – ha più volte sostenuto che uscire dall’Ue è ‘la volontà del popolo’. Dobbiamo finirla con questa affermazione, dimostrando la forza del sostegno pubblico per rimanere nell’Ue”. In poche ore, il numero delle persone che hanno risposto all’appello è schizzato oltre i 4 milioni, ben oltre la soglia di 100mila firme richieste per far discutere la petizione a Londra. Solo la Commissione per le petizioni potrebbe bloccare il passaggio in aula: “Le petizioni che raggiungono 100mila firme vengono quasi sempre discusse – si legge sul sito istituzionale – Ma potremmo decidere di non presentare una petizione per il dibattito se la questione è già stata discussa di recente o se è in programma per il prossimo futuro”. Nessuna revoca dell’articolo 50, però, dovrebbe essere in discussione in Parlamento e nessuna petizione post 2016 ricalca quella lanciata in questi giorni: nelle settimane che seguirono il referendum sulla Brexit, nell’estate del 2016, in 4 milioni firmarono per indire un nuovo voto popolare, mentre a gennaio il Parlamento ha dibattuto su un’altra petizione che, con 137mila firme raccolte, chiedeva un’uscita dall’Unione senza accordo.

Indipendentemente dal percorso di questa nuova petizione e l’esito di una eventuale discussione a Westminster, sembra difficile, però, che lo stop all’attuazione dell’articolo 50 possa arrivare fino a quando sarà in carica l’esecutivo di Theresa May. Il primo ministro ha più volte ribadito il suo no a un referendum bis sulla Brexit, spiegando che si tratterebbe di una “violazione della volontà popolare” e della democrazia. Parole ripetute anche in queste ore, quando la notizia dei milioni di britannici che sostengono la petizione sul sito del Parlamento ha raggiunto il numero 10 di Downing Street. Dai portavoce della premier è arrivata la smentita sulla possibilità di uno stop alla Brexit: “Il primo ministro ha più volte chiarito che il mancato rispetto del risultato del referendum sarebbe stato un fallimento della nostra democrazia, qualcosa di intollerabile” che causerebbe “danni potenzialmente irreparabili alla fiducia pubblica”. Concetto ribadito anche giovedì sera dalla stessa May che ha ricordato come il popolo abbia già avuto la possibilità di esprimersi democraticamente col referendum del 2016: “Hanno votato nel 2016, hanno votato per andarsene – ha detto – Penso che ora sia il momento di soddisfare le richieste del popolo britannico, ora è il momento di prendere una decisione”.

Twitter: @GianniRosini

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