Il Partito popolare Europeo, quasi all’unanimità, ha deciso di sospendere fino a data da definirsi Fidesz, il partito di Viktor Orbán che così non avrà diritto di voto, di partecipare agli incontri del partito e di proporre candidati per le varie cariche. Una sospensione, votata da 190 membri con solo 3 contrari, che è però frutto di un compromesso tra i Popolari e l’esecutivo di Budapest che hanno così deciso di non danneggiarsi a vicenda prima delle prossime elezioni europee di maggio: in caso di cedimento, il Ppe avrebbe perso credibilità dopo le minacce di espulsione lanciate da diverse voci di alto rango della grande famiglia europea e i numerosi avvertimenti ripetuti nei mesi passati, mentre Fidesz rischiava di indebolire troppo il proprio consenso interno, principale preoccupazione del primo ministro magiaro. In questo modo, i vertici dei Popolari, uno su tutti il candidato di punta Manfred Weber, hanno ottenuto da Orbán la concessione più importante per mantenere l’unione interna, ossia le scuse per quell’“utili idioti” rivolto a chi aveva chiesto formalmente l’espulsione di Fidesz, ma non ha fatto troppe pressioni sulla richiesta più complicata: permettere alla Central European University di continuare a operare in territorio ungherese.

Nelle ore precedenti al voto, le dichiarazioni di entrambe le parti lasciavano pensare a un duro scontro che avrebbe potuto portare anche al divorzio definitivo tra Fidesz e la famiglia Popolare. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea e capo della frangia più intransigente nei confronti delle derive illiberali del leader sovranista, aveva riconfermato la sua posizione: “Consiglio ai miei amici del Ppe di espellere Fidesz, il partito di Orbán “.

Da parte dell’ala conservatrice, quella più propensa al dialogo e alla mediazione con il partito ungherese, c’era stato invece un ammorbidimento su proposta del presidente Ppe, Joseph Daul, appoggiato, secondo le indiscrezioni, anche dai weberiani e dal blocco tedesco della Cdu-Csu: al posto dell’espulsione minacciata dallo Spitzenkandidat si è passati a considerare l’ipotesi della sospensione. Ma a questo compromesso si era opposto proprio Fidesz che per bocca del vicepremier ungherese, Gergely Gulyas, ha dichiarato che in caso di sospensione il partito avrebbe lasciato immediatamente il Ppe: “Non possiamo accettare né l’espulsione né la sospensione – ha detto Gulyas -, qui si tratta della dignità del nostro partito e del nostro Paese”. Un voto di sospensione, quindi, sarebbe valso come un’espulsione.

Nei giorni scorsi, Fidesz, secondo quanto richiesto da Weber, avrebbe dovuto scusarsi con gli alleati europei, definiti “utili idioti” per aver chiesto l’espulsione ungherese, avrebbe dovuto cancellare e non ripetere la campagna anti-Europa lanciata in patria utilizzando le facce di Juncker e del magnate George Soros e, infine, fare anche un passo indietro riguardo alla cacciata della Central European University dal Paese. La campagna propagandistica è stata bloccata, almeno in alcune parti della capitale, le scuse sono arrivate a mezza bocca, ribadendo che su alcuni temi il governo di Budapest non era disposto a scendere a compromessi, e sulla Ceu c’era stata una sola piccola concessione: il membro della Csu, Florian Herrmann, ha dichiarato di aver ricevuto una lettera del premier ungherese nella quale l’offerta di trasferire alcuni corsi di laurea della Ceu e di finanziarne alcuni corsi da parte dell’Università Tecnica di Monaco (Tum) è stata “accettata con gratitudine” da Viktor Orbán.

A queste condizioni, il Ppe non poteva permettersi di chinare la testa e perdonare di nuovo il membro ribelle, soprattutto a due mesi dal voto europeo. Orbán non era disposto a cedere ulteriormente per paura di perdere l’appoggio dei suoi sostenitori in patria che con il passare del tempo, radicalizzati da anni di invettive anti-Europa e anti-Soros, chiedono politiche sempre più aggressive nei confronti di Bruxelles. Così, come spiegato a margine dell’incontro dall’eurodeputato di Forza Italia, Massimiliano Salini, “la sospensione con la valutazione (quella proposta dall’ala più dialogante del Ppe che prevedeva anche la costituzione di un comitato di valutazione sotto la guida dell’ex presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, ndr) sarà la mediazione, è la decisione di non decidere. L’ideale sarebbe l’autosospensione, che taglia la testa al toro. Ma Orbán si autosospende se non ci sono i probiviri che fanno la valutazione”. E infatti Orbán non ha accettato di autosospendersi e con Fidesz si è dovuti arrivare al compromesso temporaneo: una sospensione concordata. “L’ipotesi è di tre o cinque mesi, il tempo di fare le elezioni“, ha concluso Salini. Per dirla con le dichiarazioni dell’eurodeputato forzista, Mario Mauro, “è pur sempre una riunione tra democristiani”.

Twitter: @GianniRosini