Presenteranno un libro che forse hanno scritto. Forse perché il Comitato Invisibile è uno pseudonimo anonimo collettivo. Farne parte in Francia è reato. Per questo motivo si definiscono “presunti membri del Comitato” gli autori del libro Comitato Invisibile edito dalla collana Not di Nero e presentato il 14 marzo al Book Pride di Milano. Sin dalla sua prima apparizione nella Francia ancora segnata dalla “rivolta delle banlieue” del 2005, il Comité Invisible si è imposto come una delle voci più radicali – e discutibili – del pensiero politico contemporaneo.

In questa raccolta definitiva vengono presentati, per la prima volta in Italia, i testi completi che il Comitato ha firmato in dieci anni di attività, e che tutti assieme compongono uno dei patrimoni più discussi, incendiari e senza compromessi del tempo presente: L’insurrezione che viene (2007), Ai nostri amici (2014) e Adesso (2017). In pratica Nero propone la raccolta del pensiero del collettivo anonimo di anarchici francesi, considerati gli ideologi di sinistra del movimento dei gilet gialli. Basti pensare che uno dei suoi presunti membri, Julien Coupat, è stato definito da Le Figaro “il nemico pubblico numero uno del macronismo”. Di seguito pubblichiamo la prefazione.

***

«Bella come un’insurrezione impura» recitava un graffito sugli Champs-Élysée il 24 novembre 2018, mentre una barricata veniva eretta nel bel mezzo della strada e le macchine di un
cantiere cominciavano a bruciare nella luce del tramonto. Su di un altro muro, qualche metro più in là, si leggeva: «L’insurrezione che tiene». Per quanto riguarda l’Italia, del movimento dei cosiddetti «gilet gialli» non è certo il suo aspetto insurrezionale a essere in questione, ma giusto quello della «violenza» e del «problema politico» che quel movimento pone. Si sa bene che
gli eventi passano difficilmente le frontiere. E anche quando succede, è solo dopo aver subito così tante deformazioni che, quando arrivano a destinazione, sono ormai irriconoscibili.
Li si lascia entrare nello spazio pubblico a una sola condizione: che smettano di parlare il proprio linguaggio e di dire quello che hanno da dire. La luce della pubblicità oscura ogni
cosa. Ogni paese vive come sotto una campana epistemologica. Dal momento che governare si è ridotto a un esercizio di comunicazione, il mantenimento di un certo stato d’esplicitazione pubblica rientra nel mantenimento dell’ordine generale. È come se vi fosse una dogana impalpabile, la quale garantisce che i contenuti politicamente ed esistenzialmente pericolosi si fermino alla frontiera e che, allo stesso tempo, preleva la sua quota di senso su ogni altra possibile circolazione – e ciò accade specificamente tra la Francia e l’Italia.

Questa impermeabilità è dovuta sia a una differenza nei costumi – che è più o meno costante fin dai tempi di Leopardi – sia agli interessi della classe dominante in ognuno dei due
paesi. Per questo, in Francia, non si conosceva quasi niente del lungo Sessantotto italiano e del movimento del Settantasette prima che un pugno di militanti non ne facessero recentemente un immaginario politico di sostituzione per il loro circolo di disperati. Allo stesso modo, non si è mai sentito parlare del Comitato Invisibile in Italia – ad oggi, il solo paese d’Europa in cui i suoi libri hanno conosciuto tuttalpiù delle edizioni pirata. Se è all’interno della rivista Tiqqun che, già nel 2000, si possono trovare le prime menzioni del Comitato invisibile, è solo nel 2007 che appare il primo libro firmato con questo nome: L’insurrezione che viene. Manifestamente scritto sull’onda delle sommosse nelle banlieues del 2005 e della rivolta studentesca che sconfisse la proposta di legge sul «contratto di primo impiego» del governo de Villepin, e altrettanto chiaramente scritto come testo d’intervento nel contesto dell’elezione a presidente di Nicolas Sarkozy, L’insurrezione che viene colpì così tanto uno dei «consiglieri per la sicurezza» del nuovo capo di Stato da spingerlo a regalarne quaranta copie ai principali responsabili delle polizie del paese. «Davanti all’evidenza della catastrofe, vi sono quelli che si indignano e quelli che ne prendono atto, quelli che denunciano e quelli che si organizzano. Il Comitato Invisibile è dalla parte di
quelli che si organizzano», recitava la quarta di copertina del libro. È probabile che tanto sia bastato a far scattare il famigerato «allarme» nelle gendarmerie di mezza nazione.
Un’inchiesta antiterrorista, figurarsi, non tardò a essere aperta; un anno e mezzo dopo la pubblicazione de L’insurrezione che viene, un’ondata di arresti diede in pasto ai telegiornali della sera una decina di persone, alcune delle quali venivano esplicitamente accusate di far parte del «Comitato». Di questa appartenenza non è mai stata trovata alcuna prova, e dopo dieci anni di procedure giudiziarie un processo ha infine assolto la quasi totalità degli accusati.

L’incriminazione per terrorismo di gente che veniva accusata non tanto di alcuni semplici sabotaggi (segnatamente contro una linea del TGV), quanto e soprattutto di aver scritto un libro, eccitò evidentemente l’interesse per il suo contenuto, così che L’insurrezione che viene non tardò a diventare un best seller e poi una sorta di classico. Tradotto persino in coreano, demonizzato dalla destra neocon americana, discusso in Germania o a Occupy Hong Kong, è diventato anche oggetto di studio, come «scenario possibile», nelle riviste dell’esercito francese. Nei dieci anni seguenti, il Comitato Invisibile ha perseverato nel suo compito di servire come istanza di enunciazione strategica al «movimento reale che destituisce lo stato di cose presenti». Nel 2014 Ai nostri amici tirò le somme – al termine di un’inchiesta portata avanti nei diversi continenti – della sequenza apertasi con la «crisi del 2008», prolungatasi con le «primavere arabe» e infine chiusa dai diversi «movimenti delle piazze». Adesso partì dalla lotta francese contro la Loi Travail nel 2016 per sondare il fondo dell’epoca.

Così, di libro in libro, il Comitato Invisibile è diventato come uno spettro che ossessiona i governanti francesi e che prima o poi viene citato, a ogni nuova esplosione di rivolta, a mo’ di
spiegazione, di condanna o per scongiurarla – «gilet gialli» compresi. Machiavelli scriveva: «Uno governo non è altro che tenere in modo i sudditi che non ti possono o debbano offendere». I
governanti, abituati a cospirare per mantenere il loro potere, hanno difficoltà a credere che quando sorge un’insurrezione non sia anch’essa guidata da un gruppuscolo di cospiratori,
da reti organizzate di «radicali», «faziosi» o «teppisti», in una parola da «professionisti del disordine» e che perciò sia sufficiente la forza per schiacciarla. Ma le insurrezioni non sono come i ministeri; non rispondono agli appelli di una minoranza di dirigenti ai quali obbediscono orde di subordinati. Maturano sotto il ghiaccio come un desiderio di massa di vedere calpestato tutto quello che ci calpesta, come un soprassalto di dignità dopo decenni di umiliazioni, come una volontà di farla finita per sempre con tutto quello che abbiamo subìto senza ragione. Le insurrezioni mobilitano riserve di coraggio infinite, insperate scorte di intelligenza tattica, una lucida generosità che si credeva scomparsa sotto le acque gelate del calcolo egoista. Di fronte ai governanti, che non ne capiscono niente, si erge un’irriducibilità compatta, basaltica, che si nutre di ognuna delle manovre che vengono tentate contro di essa. Contrariamente a quello che vogliono credere militanti e governanti, non sono i rivoluzionari a fare le rivoluzioni, sono le rivoluzioni che fanno i rivoluzionari. Bisogna chiamarsi Toni Negri o Alfredo Bonanno e non essersi mai emancipati da un inguaribile leninismo di fondo per credere che le insurrezioni aspettino gli insurrezionalisti per cominciare.

In Francia, nell’inverno del 2018-2019, non c’è stato bisogno di zadisti per costruire delle micro-ZAD  sulle rotatorie, di militanti specialisti dei blocchi per andare a bloccare tutto, o
di pensatori della singolarità qualunque per inventare i «gilet gialli». Ai nostri giorni, sono i meno «politicizzati» a essere i più radicali. Nessuna rivolta è più terribile di quella dei cittadini presi in giro. Se è nato qualcosa come un’insurrezione, è precisamente perché la gente non mira all’insurrezione, ma desidera qualcosa che vada al di là – e cioè, confusamente, una rivoluzione. Una rivoluzione dai contorni indefiniti, fatta negli abiti frettolosamente ritagliati sul modello del 1789, che mescola affetti costituenti e destituenti, bisogno di conservazione e desiderio di sovversione. Una rivoluzione che si scontra col fatto che è tutta l’organizzazione materiale di questo mondo che bisogna deporre, con la sola certezza che non è con coloro che hanno fottuto il mondo che lo ripareremo.

Una delle maniere di neutralizzare le verità che il Comitato  Invisibile ha esumato ed espresso nel corso di questi anni, è  stata quella di situarlo politicamente, da qualche parte tra l’anarchismo e l’estrema sinistra. Ma quello che la sollevazione dei «gilet gialli» dimostra, quale che sia la sua conclusione e le diverse forme di recupero di cui sarà oggetto, è quanto il disgusto della politica – compresa quella alternativa, il rifiuto dei sindacati, il desiderio di vivere e non più sopravvivere, il carattere politicamente decisivo dell’incontro nella costruzione di una forza, la stanchezza per la menzogna sociale, l’odio per la polizia e per la sinistra in quanto insopportabile ricatto morale, l’esecrazione delle insostenibili forme di vita metropolitane, il rifiuto di lasciarsi governare – non sono delle opzioni politiche o esistenziali, ma delle verità dell’epoca.

Verità che il Comitato Invisibile, nel suo anonimato e nella sua ostinazione a farsene scriba, ha saputo articolare passo dopo passo. Nessun movimento ha mostrato tanto esemplarmente quanto «la sommossa, il blocco e l’occupazione formano la grammatica politica elementare dell’epoca» (Adesso) meglio dell’ultima rivolta francese, fatta perlopiù da gente che di libri ne legge pochi. Ciò è dovuto al fatto che i motivi di questa sollevazione sono etici prima ancora di essere politici. Non procede da un piano, da un’ideologia o da una volontà politiche, ma da tutto quello che resta d’istinto salutare negli esseri. Quelli che nell’inverno francese del 2018-2019 si sono lanciati all’assalto delle prefetture, delle caserme, dei municipi e dei ministeri, non hanno obbedito a una costruzione mentale, bensì hanno tirato le conclusioni della loro esperienza, di quello che vivono e di quello che vedono. E lo hanno fatto con la gioia innocente delle rivolte logiche. Laddove
i governanti, con la loro visuale angusta, percepiscono solamente la furia mostruosa della folla, vi è al contrario una profonda razionalità all’opera: in un mondo in cui il controllo si fatto che è tutta l’organizzazione materiale di questo mondo che bisogna deporre, con la sola certezza che non è con coloro che hanno fottuto il mondo che lo ripareremo.

Una delle maniere di neutralizzare le verità che il Comitato Invisibile ha esumato ed espresso nel corso di questi anni, è stata quella di situarlo politicamente, da qualche parte tra l’anarchismo e l’estrema sinistra. Ma quello che la sollevazione dei «gilet gialli» dimostra, quale che sia la sua conclusione e le diverse forme di recupero di cui sarà oggetto, è quanto il disgusto della politica – compresa quella alternativa, il rifiuto dei sindacati, il desiderio di vivere e non più sopravvivere, il carattere politicamente decisivo dell’incontro nella costruzione di una forza, la stanchezza per la menzogna sociale, l’odio per la polizia e per la sinistra in quanto insopportabile ricatto morale, l’esecrazione delle insostenibili forme di vita metropolitane, il rifiuto di lasciarsi governare – non sono delle opzioni politiche o esistenziali, ma delle verità dell’epoca.

Verità che il Comitato Invisibile, nel suo anonimato e nella sua ostinazione a farsene scriba, ha saputo articolare passo dopo passo. Nessun movimento ha mostrato tanto esemplarmente quanto «la sommossa, il blocco e l’occupazione formano la grammatica politica elementare dell’epoca» (Adesso) meglio dell’ultima rivolta francese, fatta perlopiù da gente che di libri ne legge pochi. Ciò è dovuto al fatto che i motivi di questa sollevazione sono etici prima ancora di essere politici. Non procede da un piano, da un’ideologia o da una volontà politiche, ma da tutto quello che resta d’istinto salutare negli esseri. Quelli che nell’inverno francese del 2018-2019 si sono lanciati all’assalto delle prefetture, delle caserme, dei municipi e dei ministeri, non hanno obbedito a una costruzione mentale, bensì hanno tirato le conclusioni della loro esperienza, di quello che vivono e di quello che vedono. E lo hanno fatto con la gioia innocente delle rivolte logiche. Laddove
i governanti, con la loro visuale angusta, percepiscono solamente la furia mostruosa della folla, vi è al contrario una profonda razionalità all’opera: in un mondo in cui il controllo si serra ogni giorno un po’ di più attorno a ciascun individuo, l’insurrezione popolare diventa la sola maniera efficace di agire che non equivalga a un suicidio, poiché la massa funziona da protezione per ognuno dei suoi elementi. È questo che migliaia di cittadini senza storia hanno imparato a grande velocità nella sperimentazione di quelle giornate, senza aver bisogno di alcun «manuale sovversivo». Non è difficile vedere qual è il nodo scorsoio che costituisce il disastro politico dell’Italia negli ultimi decenni. Ad ogni manifestazione di aperta rivolta – Genova 2001, piazza del
Popolo 14 dicembre 2010, ancora Roma 15 ottobre 2011, Val di Susa, manifestazione del primo maggio 2015 a Milano contro l’Expo – si mette in moto sempre lo stesso arsenale controinsurrezionale, restato immutato dai tempi dell’emergenza degli anni Settanta: unanimità giornalistica nella pura propaganda, dissociazione da parte di tutto quello che si dice di «sinistra», campagna di terrore poliziesca e giudiziaria, caccia all’autonomo, ricatto democratico, eccetera.

Sembra a volte che in Italia la sola legittimità a governare derivi dalla reiterazione infinita dell’annientamento dei rivoluzionari, come ci è stato ricordato dall’infame spettacolo della cattura di Cesare Battisti. Come se la passività della popolazione dipendesse dalla ripetizione del trauma originario dovuto alla «strategia della tensione». Come se l’annientamento di tutta una generazione attraverso il pentimento, la dissociazione, l’assassinio o la prigione avesse liquidato ogni fede nella possibilità di una rivoluzione. O l’avesse condannata a poterla fare solo simulandola.
È anche vero che la riscrittura opportunista della storia degli anni Settanta fatta da Negri e compagnia, la loro costante retorica trionfalista per mascherare gli errori, le leggerezze e i rinnegamenti, la rimozione dell’ipotesi condivisa del «partito invisibile di Mirafiori» e il passaggio senza transizione da una logica di separazione a una di mediazione, non giocano a favore dei capi rivoluzionari. Ma chi ha detto che le rivoluzioni hanno bisogno di capi?

Nel maggio del 1955 lo scrittore comunista Dionys Mascolo, senza alcuna speranza di essere ascoltato, sosteneva: «Tutto quello che è indicato in quanto di sinistra è già equivoco. Ma quello che è proposto come la sinistra lo è molto di più. Il regno della sinistra si estende da tutto quello che non osa essere francamente, assolutamente, di destra o reazionario (o fascista) a tutto ciò che non osa essere francamente rivoluzionario: dubbiosa, instabile, eclettica, incoerente, in preda a ogni sorta di contraddizione, impedita a essere se stessa dall’indefinito numero di modi d’essere unita che gli si propongono, sempre divisa, come si dice, e mai per sfortuna, malafede o goffaggine ma per natura» (Sur le sens et l’usage du mot «gauche»).
Non è difficile constatare come la debolezza congenita della sinistra, il suo amore per la debolezza, abbia finito per consegnare ai conservatori e ai fascisti temi come quelli di «libertà», rivoluzione» e anche «democrazia». Incapace di produrre la più piccola affermazione in un mondo che si autodistrugge, la sinistra ha cominciato a credere che un mix di antifascismo, antirazzismo e antisessimo, quando non di antispecismo, unito a un prudente anticapitalismo, potesse produrre miracolosamente, attraverso l’accumulo di negazioni, la prospettiva positiva di cui è mancante. Essa ha così occupato e proscritto con il suo molle dogmatismo, il suo postmodernismo opportunista, il suo comodo idealismo, lo spazio per qualsiasi nuovo inizio. A forza di pretendere di incarnare il partito del Bene e diffondendo le sue lamentele da schiavo, il senso comune ha finito per dedurne, in virtù di una sorta di sillogismo che opera su scala mondiale, che visto che essere buoni significa parlare come uno schiavo, «essere libero» significa comportarsi da bastardi. A forza di diffidare cronicamente di tutto quello che è rivoluzionario, la sinistra ha indotto logicamente l’idea che la vera rivoluzione sia quella conservatrice. Se non è semplice ammettere che il fascismo sia un fenomeno di sinistra malgrado l’ammirazione di Keynes per Mussolini, è comunque evidente che è il disgusto per la sinistra che produce i fascisti. Di converso la reazione isterica, brutale e carica d’odio generata dalla sinistra servono alla sinistra
stessa, poi, da preziosa riserva d’argomenti e come giustificazione ultima. Il suo sentimento di essere nel giusto fuggendo il reale si nutre dell’ignominia di quello che si trova di fronte.
Sono queste due idiozie a polarizzare cronicamente il dibattito pubblico in Francia, negli Stati Uniti, in Germania o in Italia. In tal modo il reale viene giorno dopo giorno allontanato,
ed è sufficiente che il primo pagliaccio che si presenta insceni delle provocazioni contro la sinistra e i «gauchistes» per fargli prendere una marea di voti, passando per un nemico del sistema. Ma uno dei grandi problemi, per quanto riguarda l’Italia, è che anche i movimenti sono stati travolti dalle logiche di sinistra – e ciò in qualche modo ne spiega tanto l’attuale stato fantasmatico che le difficoltà a uscire da una ormai cronica passività.

Tuttavia, al contrario di tutto quello che si cerca oggi di farci credere, se vi è stata un’impresa rivoluzionaria che ha osato rompere con la sinistra, uscire dalla tradizione socialista del movimento operaio, affermare la propria separazione dalla «società» e mettere in discussione la finzione democratica, ebbene, è stata proprio quella dell’Autonomia italiana. Cosa imperdonabile e che infatti non fu perdonata. Non sono mancati d’altronde dissociati e pentiti per farla finita con un tale scandalo – la dissociazione come «parola d’ordine di speranza», scriveva il professor Negri al procuratore Sica nel 1981. Si fece ingoiare quel «C’era la sinistra, c’è il movimento!» a coloro che lo proclamarono fieramente e si fece strombazzare agli altri «c’era il movimento, siamo noi la
nuova sinistra!». Così si perse l’intelligenza dell’aspetto per metà cospirativo e criminale di ogni tentativo rivoluzionario e nacque questa barzelletta che è il legalismo della sinistra
italiana in un paese che, a qualsiasi livello sociale lo si guardi, è profondamente illegalista. In questa maniera si scoraggia preventivamente ogni rivolta contro uno stato di cose chiaramente insopportabile. Solo una cospirazione di massa può sovvertire una società così menzognera.

L’epoca è folle, folle per la stratificazione di menzogne che ci è stata trasmessa sotto il nome di «Storia». La storia degli anni Sessanta-Settanta italiani è uno dei punti più densamente carichi di mistificazioni, le quali passano attraverso i suoi stessi attori, in virtù della controinsurrezione. Questa rimozione ci condanna a non essere mai contemporanei del nostro tempo, negandoci l’accesso a ciò che lo struttura silenziosamente. Contro tutto questo non serve a niente cercare di decostruire nostalgicamente la bella storia dell’operaismo. Forse bisogna risalire più indietro, all’apertura che ha reso possibile la nascita di tutte le autonomie, cioè quella della parola poetica in Fortini, Vittorini, Cesarano, Carlo Levi o Pasolini. A volte, per ricominciare da capo, bisogna tornare indietro e operare su di un passato che continua a operare dentro di noi.

Una sola cosa è certa: la questione rivoluzionaria non è più una questione politica né cosmopolitica, ma una questione antropologica. Quello che è in questione, nella catastrofe contemporanea, è una certa maniera di vivere che si crede il punto culminante della civiltà perché è il più artificiale, e il più prezioso perché è il più fragile. Non si tratta più di riprendere in mano, esteriormente, una società ridotta a brandelli, ma di riparare le anime nello stesso gesto di riparare il mondo. È questa coincidenza tra il cambiamento delle circostanze e l’autotrasformazione sensibile dell’uomo che il Comitato Invisibile chiama «destituzione» e che altri hanno chiamato «un comunismo più forte della metropoli».

Dei contrabbandieri franco-italiani, gennaio 2019