È un martedì di quelli che non sai come andranno a finire. La giornata al lavoro è stata lunga, anche perché ci sono stati svariati incontri non cercati con una specie animale molto diffusa, gli strigidi anti juventini. In particolare, le ulule, simil gufi che trovano nell’ambiente di lavoro il loro habitat naturale. Si aggirano tra pc e fotocopiatrici ghignando sornioni. Fanno battute e se la ridacchiano: escono allo scoperto soprattutto prima di una partita importante (per la Juve) e vivono in colonie numerosissime. Si dividono in uomini e donne, anche se gli uomini della specie soffrono quasi tutti della  sindrome di Collovati: sì, parlano con te di calcio, ma più che altro per dare vita a sfottò e battutine. In fondo credono che tu, donna, e per di più juventina, faccia fatica perfino a riconoscere un fuorigioco.

Ore 7, supermercato. Mentre compri qualcosa da cucinare al volo anzi no, perché all’ultimo decidi di ordinare una pizza, ti ritrovi in coda alla cassa con un paio di birre (quello davanti a te ha un carrello pieno di Moretti da 66cl e già sai che passera una serata simile alla tua ma un portachiavi rosso-nero che spunta dalla tasca dei jeans ti suggerisce che si tratta di un’ulula). Comunque, la coda è lunga, quindi apri Twitter e ragazzi, gli strigidi hanno preso il potere, sono dappertutto, ovunque. Chiudi subito il telefono. Paghi. Vai a casa. Non fai in tempo a entrare che senti la voce di lui arrivare squillante dalla camera da letto “Ciao amore!“. Un magma di pensieri t’affolla la testa: come mai sarà così felice? Mi tradisce? Avrà vinto Turista per sempre e ha intenzione di partire alla chetichella? Pochi secondi dopo realizzi: è interista. È un’ulula anche lui. E sta per cominciare Juve-Atletico Madrid. Partitone.

Pochi minuti dopo, entrambi sul divano. La situazione è questa qui: tu bianchiccia, semi muta, una birra a lato ancora intonsa, battito accelerato. Lui con un ghigno strano (forse è andato da quel chirurgo plastico che fa a tutti le labbra modello Joker?), sereno, gambe distese, già pronto a scrivere un bello status su Facebook a fine partita. Inutile fare la telecronaca del match, sia mai che uno fa peggio di Caressa.

Al primo gol, ti alzi dal divano e ti muovi come tarantolata per 5-10 secondi, giusto il tempo di ammettere a te stessa che c’è ancora strada da fare. Ti risiedi. Lui, intanto, continua a ghignare, ma un po’ meno di prima. Al secondo gol noti che l’iphone segna 110 battiti al minuto mentre urli e pensi che Siri potrebbe chiamare un’ambulanza da un momento all’altro, di sua iniziativa. Nella faccia di lui, invece, il ghigno si è spento. Ha assunto anzi le sembianze di una maschera sumera del 3000 a.c.

Al terzo gol la pazzia si è definitivamente impossessata di te, balli come tarantolata, gridi “Cristiano” col dubbio che i vicini sfondino la porta da un momento all’altro, continui a parlare da sola. Anche perché, parlare con lui è diventato impossibile: è ormai ridotto a mummia. Immobile, sul divano, non emette un suono. Si capisce che non è morto solo perché l’aria che esce dal naso gli smuove appena i baffi. Gentilmente, dopo esserti calmata, chiedi “Tutto bene?” e lui, con una voce cavernosa, quasi disumana, risponde “sì”. Per non vessarlo oltre, perché in fondo sei buona, vai  nell’altra stanza e apri Twitter. Ecco cosa leggi.

Sintesi di sta serata:

JUVE MERDA

— Magnolia (@federicasavo12) 12 marzo 2019

Fior fiori di poeti che prima, durante e dopo la partita, si sono lasciati andare a commenti delicatissimi. D’altronde, per dirla alla Nick Hornby, è la condizione del tifoso: “Almeno il 95% dei milioni di persone che ogni hanno guardano le partite non hanno mai dato un pugno in vita loro. Questo libro quindi (Febbre a 90, ndr) è per noialti e per chiunque si sia chiesto che cosa significa essere fatti così. Nonostante i particolari riportati riguardino solo me, spero stuzzicheranno quanti si siano mai scoperti andare alla deriva, nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di un film o di una conversazione, verso un sinistro al volo nel sette di destra, sferrato dieci, o quindici o venticinque anni fa”.

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