Da quando l’homo sapiens è comparso sulla Terra, la storia è stata segnata dai materiali che ha utilizzato per affrontare la sfida della natura, costruire gli oggetti di cui aveva bisogno e fabbricare il proprio rifugio. Nella preistoria, l’uomo si è evoluto dall’età della pietra attraverso l’età dei metalli (in sequenza: rame, bronzo e ferro) e, con l’età antica, iniziò la litizzazione dell’architettura, dove il laterizio conquistò un ruolo preminente.

Oggi, il calcestruzzo è la sostanza più diffusa sulla Terra, subito dopo l’acqua. Viviamo nell’età del calcestruzzo e, se l’industria del cemento fosse una nazione, sarebbe la terza nazione al mondo per emissioni di anidride carbonica – circa 2,8 miliardi di tonnellate – più di Cina e Stati Uniti. E il calcestruzzo sta guadagnando terreno perfino negli Stati Uniti, dove le costruzioni in legno sono molto apprezzate, nonostante i nativi americani preferissero altri materiali come pietre e mattoni.

Il mondo sta diventando un po’ più grigio. Secondo alcune valutazioni, l’umanità potrebbe avrebbe già superato la soglia per cui la massa di carbonio immagazzinata nel calcestruzzo sorpassa quella della vegetazione spontanea del pianeta: alberi, arbusti e cespugli. L’ambiente costruito supera, sotto questo profilo, quello naturale ma, a differenza del mondo naturale, non cresce come una pianta: indurisce e poi degrada, in modo abbastanza lento ma inesorabile. Se nel 1950 la produzione di cemento era più o meno pari a quella dell’acciaio, oggi è cresciuta 25 volte, con una velocità tre volte maggiore di quella dell’acciaio da costruzione.

Niente pompa il Pil più del cemento, ma a farne le spese è l’ambiente. Benvenuti nell’età del calcestruzzo

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