Lo studio del Centrum für Europäische Politik in base al quale per l’Italia e la Francia i primi 20 anni dell’euro (si è considerato l’intervallo 1997-2017) avrebbero nel complesso un bilancio negativo, mentre invece ci sarebbero sensibili guadagni per Olanda e Germania – è stato oggetto di numerose critiche: in particolare che la metodologia impiegata, generalmente utilizzata per analisi di tipo microeconomico, non sia adeguata ai confronti macroeconomici tra Paesi differenti e di come la scelta del basket di Paesi sia estremamente determinate per il risultato.

Alessandro Martiniello per esempio, modificando la composizione del basket, ottiene un risultato in cui l’Italia guadagna dall’ingresso nella moneta unica e comincia a soffrire solo a causa della crisi finanziaria del 2008. Si tratterebbe in sintesi di una rilevante distorsione metodologica, simile a quella di cui mi sono occupato in un altro post sull’analisi costi-benefici del Tav.

Trattandosi di un tema particolarmente delicato, a fronte di un elevato rischio che il pubblico possa trarre indicazioni fuorvianti (il report parla di perdite di 73mila euro per ogni italiano), propongo un esempio semplificato per spiegare il vizio metodologico.

Supponiamo che l’individuo A parta da una condizione di buona salute in cui pesa 80 kg, a una di malattia in cui il suo peso scende a 50 kg. A seguito di una cura riesce a riprendersi, il suo peso risale a 55 kg, mentre lo stato generale, pur non tornando ai livelli precedenti, si stabilizza. Supponiamo che l’individuo B pesi 50 kg in condizioni di salute normale e che nel tempo le sue condizioni migliorino, con un peso che oscilla tra 50 e 55 kg. Lo schema utilizzato dal centro studi tedesco confronta gli individui A e B, e siccome entrambi avevano lo stesso peso prima della cura conclude che l’individuo B sia una corretta rappresentazione di quello che sarebbe successo all’individuo A se non avesse fatto la cura. Verificando che l’individuo B è in condizioni di salute migliori, conclude che la cura ha avuto un effetto negativo.

È abbastanza evidente che questo tipo di analisi porta a conclusioni del tutto fuorvianti. È del tutto arbitrario sostenere che un mix di Paesi che include Uk, Australia, Israele e Giappone possa realisticamente rappresentare come si sarebbe evoluta l’economia italiana fuori dall’euro.

Il declino della nostra economia, come ho argomentato in questo post, viene da lontano. Cercare di attribuire delle responsabilità anche parziali all’adesione all’euro distoglie l’attenzione dalle reali determinanti della scarsa e fragile crescita economica del nostro Paese, che sono da ricercarsi nella scarsa produttività del settore privato, nelle inefficienze e negli oneri eccessivi del settore pubblico, oltre alla mancata attenzione per i profili dell’educazione e dell’innovazione tecnologica. Volendo invece concentrarsi su un effetto che può essere sicuramente attribuito alla moneta unica, si può guardare alla spesa per interessi in valore assoluto e in rapporto al prodotto interno lordo, come fatto da Andrea Morso su Noisefromamerika qualche anno fa.

Come si evince chiaramente dai grafici inseriti nel post, aderendo al progetto della moneta unica l’Italia ha ottenuto un “bonus credibilità” molto rilevante, portando a casa uno sconto di circa 7 punti percentuali di Pil rispetto agli inizi degli anni 90. Si tratta di decine di miliardi che, come mostra il confronto con l’andamento della spesa primaria, sono stati impiegati per ampliare l’intervento dello Stato nell’economia senza rilevanti benefici in termini di crescita per il Paese. Mettendo da parte le analisi controfattuali, che si prestano facilmente a strumentalizzazioni di comodo, quello che si può dire con certezza è che:

1. l’economia italiana declina da decenni e non sembra che l’introduzione dell’euro abbia avuto effetti rilevanti su questo percorso;
2. il guadagno in termini di merito di credito derivante dall’adesione alla moneta unica è stato oggettivamente rilevante e ha portato considerevoli benefici per il bilancio pubblico;
3. il risparmio nella spesa per interessi è stato impiegato per far crescere la spesa corrente, e questo ha contribuito a mantenere e far crescere gli squilibri macroeconomici che caratterizzano il nostro Paese. In particolare, la dinamica del rapporto debito pubblico sul Pil, che dopo essersi ridotto dal 120% a circa 100% tra il 1996 e il 2003-2006 è poi nuovamente cresciuto fino a oltre il 130%.

@MassimoFamularo

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