Roma su, Roma giù, Roma dove vuoi. Se agli Oscar 2019, Alfonso Cuaron con il suo film vincesse sia nella categoria del Miglior Film in lingua straniera, ma soprattutto nella blasonata famiglia “Best Picture”, sarebbe record assoluto. Su come Roma sia giunto fino a qui da favorito c’è poco da girarci attorno: è un film (quasi) perfetto. Ma la vittoria doppia in mezzo a blockbuster come Black panther o a classici come A star is born rappresenterebbe un incredibile misunderstanding proprio di quell’industria che lo andrà ad osannare e premiare: Roma non voleva produrlo nessuno. Troppo personale, troppo art house. Tanto che uno come Cuaron si è “accontentato” di una produzione Netflix portando a termine un progetto fortemente voluto e autobiografico dopo una lunga e travagliata lavorazione.

Altra questione mica da poco: Roma non ha avuto la canonica distribuzione nelle sale, anzi ufficialmente sarebbero state 100 le copie fatte uscire poco prima di Natale negli Stati Uniti per entrare in nomination, ma al box office è un film che segna, per volere di Netflix che non è tenuta a rivelarlo, zero incassi. Quindi se il film che, come dicono i bookmakers, è in vantaggio nelle due categorie citate come per la miglior regia di Cuaron, sarebbe anche il primo trionfatore agli Oscar a non aver guadagnato un dollaro dall’uscita in sala. Misteri del presente. Un po’ come l’arrivo di Green Book tra gli otto titoli in nomination. Intendiamoci: la storiella anni sessanta del guardiaspalle/autista Tony Lip Villalonga è spassosa e divertente, sottotraccia ci permette di riflettere su una situazione di infame  bestialità di un passato americano razzista vergognoso e ignobile, ma la sintesi cinematografica è un bozzetto sacrificato, un continuo cicaleccio tra Tony e il pianista Don, una riproduzione all’infinito di uno schema che si ripete imperturbabile con piccolissime variazioni (“proliferazione della stessa cellula tematica” – Noel Burch) e che poteva concludersi di fronte al primo salvataggio di Don da parte di Tony. Ma tant’è. Nel 2019, a nomination larghe un contentino ci vuole per tutti. E pensate che dietro Roma, il film più quotato per la vittoria è proprio quello di Peter Farrelly.

Ad un’incollatura dai due favoriti ecco un paio di film da punto interrogativo, di quelli che esci dalla sala e pensi “si, bello, però…”. Blackkklansman di Spike Lee è uno di quei “però” che potrebbe inaugurare lunghi cahiers de doleances. Va bene la sobria maturità del cineasta, va bene il tema delicatissimo, va bene perfino l’ironia nello sfottere i pericolosissimi idioti del KKK, ma anche qui: toc, toc, il cinema dov’è? Uno sguardo, un’idea di messa in scena, un approccio largo alla materia che vada oltre un dialogo, un contenuto, un buffetto simpatico, esiste? Altri punto interrogativo, speculare al film di Lee, è il classico lavoro dove la forma vuole marcare ogni elemento di senso possibile.

La Favorita del greco Yorghos Lanthimos è un profluvio di inutili lenti anamorfiche per sottolineare visivamente la dimensione sadico farsesca di questa gara per il trono britannico tutto lesbico femminile. Per carità, l’idea è pure originale, ma l’ipotesi che l’atipicità di un testo debba passare tutta attraverso l’imbuto dello stile o ti chiami Kubrick (che infatti nei settanta spingeva il pedale in questione) o davvero meglio rifugiarti da un certo punto in avanti nella gotta della Regina o nelle possibili grazie erotiche della Stone.

Anche inserire a forza in cinquina Black Panther ci vuole un bel coraggio. Il primo cinecomic (Marvel-Disney) premiabile della storia dell’Academy è sì un rinnovamento strutturale degli Oscar da tenere in seria considerazione, ma se qualcuno ha capito cos’abbia questo superhero movie di Ryan Coogler nella sua interezza (premiarlo per la sequela di Oscar più tecnici è tendenzialmente la morte sua) più di un qualsiasi zio Batman di Burton o Nolan, o cugino Spider Man di Raimi, alzi la mano. Chiaro, il sottotesto politico è marcato, le donne guerriere convivono paritariamente con i colleghi uomini, lo scivolamento fantastico in una sintesi di cultura afroamericana (di cui, oltretutto, dall’Europa non possiamo cogliere tutti i minimi dettagli) è riuscito, ma quando devi trarre delle conclusioni, quando continui a rivedere la dicotomia tra grattacieli hi-tech e poveracci negli slum senza che l’occhio ne voglia cogliere l’orrore infinito, e tutto si sintetizza nella solita soluzione action, allora davvero capisci il senso della sfilata sul red carpet di questo film.

Ancora: non ci convince nemmeno la candidatura come Miglior Film a Bohemian Rhapsody. Va bene, il film è commovente, si esce con i lacrimoni, si canta in karaoke Somebody to love, ma suvvia non siamo nati ieri mattina dentro la cabina del proiettore automatico di una multisala. Non per castrare la necessità del rogo fantozziano della Corazzata Potemkin, ma il film di Singer (o chi per lui l’ha finito) è un film dannatamente semplificato, un ovvio carosello delle emozioni senza un’elaborazione drammaturgica che una che non sia l’ascesa verso il successo e le stigmate superficiali della tragica malattia di Freddie Mercury.

A star is born e Vice, infine, sono i titoli che con Roma ci convincono di più. Saremo tradizionalisti, ma il remake dell’asse “pigmalione in declino che scopre una star futura” diretto da Bradley Cooper è un vero tumulto dell’anima, un connubio denso e potente tra ambizione formale, fervida creazione musicale e romantico tragico sentimentalismo.

Il ritratto dell’ex mefistofelico vicepresidente statunitense Dick Cheney, in Vice, costruito tassello per tassello da Adam Mckay, è un altro esempio di cinema sovrabbondante, sbrodolante, ipertrofico, ma almeno l’assunto politico (Cheney all’origine di ogni male contemporaneo), tesi tra il rivoluzionario e il complottista, finisce quasi sottotraccia rispetto ad un’idea composita, stimolante, irrefrenabile di messa in scena che è nient’affatto anticaglia sperimentale, bensì un discorso sulla velocità percettiva spettatoriale degnissima di attenzione. Ultimo dato prima della consegna degli Oscar: anche quest’anno tra gli otto migliori film ci sono tre titoli passati in prima mondiale al Festival di Venezia. Uno Fuori Concorso (A star is born), due in Concorso (The favourite, Roma) e uno vincitore del Leone d’Oro (Roma). Insomma per vincere l’Oscar è la solita tiritera: si deve passare dal battezzo ufficiale del Lido.

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