Ci sono tre indagati nell’inchiesta sui conti di Ama, la società del Comune di Roma che si occupa della gestione dei rifiuti. A quanto risulta a IlFattoQuotidiano.it, il nome è quello di Franco Giampaoletti, direttore generale del Campidoglio e capo a interim del Dipartimento capitolino Partecipate. Gli altri due sarebbero profili tecnici. “Non ne ho notizia, non ho ricevuto alcun avviso di garanzia – ha spiegato il dirigente alla nostra testata – Sono assolutamente tranquillo, quando qualcuno mi scriverà io risponderò”. L’ipotesi di reato dei pm è quello della concussione. All’attenzione di chi indaga ci sono le modalità con cui il Campidoglio ha indicato all’Ama Spa di approvare il proprio bilancio 2017 con un segno negativo.

Giampaoletti è l’uomo che ha avuto il mandato politico da Virginia Raggi per curare i rapporti con le aziende comunali e che gestisce alcuni dei dossier più importanti dell’amministrazione (fra cui quello sullo stadio dell’As Roma). Per sua stessa ammissione, fu portato in Campidoglio anche su input dell’ex fac-totum (e attuale consigliere d’amministrazione Acea), Luca Lanzalone da tempo ai domiciliari proprio nell’ambito dell’inchiesta sull’impianto di Tor di Valle. L’indagine ha subito un’accelerazione dopo un dettagliato esposto dell’ormai ex presidente, Lorenzo Bagnacani, che ai magistrati ha messo in fila fatti e documenti relativi agli ultimi 11 mesi, dalla prima versione del bilancio approvata il 31 marzo 2017 fino alla delibera che 10 giorni fa ha spinto la Giunta capitolina a bocciare per l’ennesima volta il lavoro dei vertici aziendali. Fra l’altro ieri proprio Bagnacani è tornato a piazzale Clodio portando un’integrazione di documentazione rispetto a quanto accaduto negli ultimi giorni.

GIAMPAOLETTI: “INCAZZATO MA SERENO” – Intanto, dopo la battuta a caldo rilasciata nella serata di ieri a IlFattoQuotidiano.it e incassata la “piena fiducia” di Virginia Raggi, Giampaoletti questa mattina si è presentato regolarmente in Commissione capitolina Trasparenza per riferire sulla vicenda Ama. “Riguardo l’inchiesta sono molto incazzato ma sostanzialmente sereno”, ha detto a margine della riunione dell’organo guidato dal consigliere Dem, Marco Palumbo. “Il socio Roma Capitale – ha spiegato durante la seduta – è stato costretto a un braccio di ferro con l’azienda nonostante i tentativi di sedersi a tavolino per una trovare una soluzione per approvare il bilancio secondo le regole che lo disciplinano. Questo con altri elementi porta l’amministrazione prendere atto di un fatto, che il problema dei 18 milioni è un grosso problema, ma non è l’unico del bilancio di Ama”.

E ancora: “Nel momento in cui abbiamo bocciato il bilancio di Ama l’assessore Montanari ha deciso di dimettersi, mentre i consiglieri di amministrazione sono rimasti sulla loro poltrona e non ci pensavano proprio ad andarsene. La bocciatura di bilancio non è collegata alla revoca del cda”. Sul credito da 18 milioni vantato da Ama nei confronti di Roma Capitale e disconosciuto dal Campidoglio: “Non paghiamo i 18 milioni perché Ama non ha mai dato evidenza di quegli extra-costi non imputabili a una gestione inefficiente ma a oggettive maggiori spese necessarie sostenute. Non mettiamo in discussione le opere ma la loro quantificazione, molte sono state realizzate con provvedimenti di somma urgenza ma le condizioni non sembrano giustificare la decisione di non ricorrere a procedure competitive”.

UN’INDAGINE DIFFICILE – L’indagine è molto complessa e a quanto risulta potrebbe concludersi in un nulla di fatto. Allo stato attuale, parrebbe molto difficile dimostrare che le eventuali pressioni subite dal consiglio d’amministrazione (o dal collegio sindacale per la modifica del parere sul bilancio) possano essere state indebite e, soprattutto, non siano state suffragate da altrettante contestazioni formali.

Da giorni, infatti, in Campidoglio stanno mettendo insieme un dettagliato dossier per rispondere colpo su colpo alla documentazione fornita da Bagnacani, con pareri pro-veritate e una corposa istruttoria sui servizi cimiteriali fra il 2008 e il 2012, periodo nel quale è nato il credito da 18 milioni di Ama verso il Comune contestato da quest’ultimo. Ed è possibile, inoltre, che il Campidoglio si appelli al cosiddetto “controllo analogo”, ovvero alla facoltà che ha il Socio unico di controllare ed eventualmente anche di mettere becco nella formazione del bilancio della sua municipalizzata.

Cosa che giustificherebbe anche l’atteggiamento impositivo contro cui si sono scontrati i vertici appena decaduti. Oltre all’ex assessora all’Ambiente, Pinuccia Montanari, nei giorni scorsi i pm hanno ascoltato il presidente del Collegio sindacale – e attuale presidente di Ama ad interim – Marco Lonardo, che però avrebbe negato pressioni di sorta.

TMB SALARIO: SI RAFFORZA IPOTESI DOLO – Intanto, restando in ambito Ama, in Procura si rafforza l’ipotesi del dolo per l’incendio che l’11 dicembre scorso ha distrutto l’impianto Tmb del Salario. Una perizia effettuata dai Ris di Roma ha infatti stabilito che le telecamere di sicurezza a guardia della struttura erano sì spente ma non erano guaste, bensì erano state staccate. Le immagini, infatti, si sono fermate a venerdì 7 dicembre e il “guasto” era stato scoperto solo il martedì quando gli inquirenti, giunti sul posto, hanno chiesto di vederle. Questo, secondo gli inquirenti, sarebbe un ulteriore indizio di un incendio doloso. Un elemento importante in queste indagini che fin qui non avevano fornito elementi ai pm per ipotizzare qualcosa in più di un semplice disastro colposo.