Una società pubblica “sana” – seppur fortemente indebitata – che improvvisamente si ritrova con un segno negativo in bilancio. Operazione “imposta” dal suo socio unico, il Comune di Roma, sulla base di quanto affermato da un collegio sindacale forse formalmente già decaduto. Perché? A quale scopo? A chi giova? Forse ci sono interessi di privati che vorrebbero entrare nel ciclo dei rifiuti? E se c’entrasse il vecchio piano che prevede “l’aiuto” dei privati nello smaltimento dei rifiuti romani? È la teoria che ha ispirato il corposo esposto firmato dal presidente Lorenzo Bagnacani e consegnato alla Procura di Roma all’indomani dell’approvazione della delibera di Giunta con la quale si bocciava il bilancio 2017 di Ama Spa. Documentazione che ha portato i magistrati ad aprire un’inchiesta – per il momento senza indagati e senza ipotesi di reato – e ad ascoltare giovedì pomeriggio l’assessora dimissionaria all’Ambiente, Pinuccia Montanari, come persona informata sui fatti, essendo stata l’unica a votare in maniera contraria.

La tesi viene fermamente respinta dal Campidoglio. “Una palata di letame senza precedenti, noi vogliamo l’Ama pubblica”, commentano stizziti dal Colle capitolino. Virginia Raggi stessa, ad ogni uscita, cerca di rassicurare l’opinione pubblica e respingere le accuse sempre meno velate che partono costantemente dalla sede aziendale di via Calderon de la Barca. Ora toccherà ai magistrati capire se c’e’ un “dolo”, un “grande disegno” dietro questa impasse o se, in generale, qualcuno ha commesso reati. Omissione d’atti d’ufficio? Abuso d’ufficio? O, al contrario, il comportamento sbagliato è stato portato avanti dai vertici societari? Si vedrà.

COSA C’E’ NELL’ESPOSTO
Nell’esposto, secondo quanto appreso da IlFattoQuotidiano.it, non ci sono considerazioni ma c’è un elenco dettagliato di tutte le vicende che hanno riguardato i rapporti fra Ama e Campidoglio dal 31 marzo 2018, data dell’approvazione in cda del bilancio 2017, fino ad oggi. A cominciare da un parere pro-veritate dello studio LC&P di Milano, firmato dagli avvocati Antonio Catricalà, Damiano Lipani e Roberto Nigro, che sostiene che il Collegio sindacale di Ama – lo stesso che ha dato parere negativo all’approvazione del bilancio – sia “definitivamente scaduto  dal proprio incarico con la conseguenza che tutti gli atti compiuti successivamente all’11 novembre 2018 siano da ritenersi affetti da nullità” e che “la perdurante inerzia di Roma Capitale nella sostituzione dei membri” sia “fonte di responsabilità per la medesima amministrazione capitolina”. Il collegio sindacale è presieduto da Marco Lonardo, sindaco anche di Eni e Mediaset Spa, in carica dai tempi di Veltroni. Altro documento ben in vista, il parere del 3 gennaio 2019 firmato dal prof. Matteo Caratozzolo, un “luminare della revisione contabile” secondo Ama, che smentisce fermamente la tesi del Collegio sindacale (cui si rifà la Giunta), secondo cui il fondo rischi per il contenzioso da 18 milioni fra Roma Capitale e Ama si sarebbe dovuto iscrivere nel conto economico e non nello stato patrimoniale. È un tecnicismo dirimente in questa vicenda: un meno nel documento che classifica “entrate e uscite” porta a una perdita d’esercizio e a un “precedente pericoloso”, tenendo conto che il contenzioso totale sui servizi cimiteriali non è di 18 milioni ma di ben 60 milioni. Allegata anche la relazione dei revisori dei conti Ernst&Young che “pur evidenziando gli elementi di attenzione, ha rilasciato parere positivo sul Bilancio”.

IL CAOS DEI SERVIZI CIMITERIALI
Ma perché il Comune sta tenendo il punto in questa maniera sul contenzioso da 18 milioni? Cosa porterà il Campidoglio in controdeduzione? l’intera partita ammonta a 60 milioni e riguarda i ricavi per le concessioni dei loculi cimiteriali dal 2006 al 2014. In questo periodo, Ama avrebbe realizzato ex novo circa 30.000 tombe e “vendute” oltre 80.000, incassando almeno 160 milioni di euro, a fronte di un investimento di 30 milioni l’anno (15 milioni finanziati dal Comune). Un parere legale del 7 settembre, firmato dall’avvocato Mario Bussoletti – e inserito da Bagnacani nel suo esposto – spiega che Roma Capitale avrebbe “integralmente venduto manufatti cimiteriali trattenendone il relativo corrispettivo” per 42 milioni di euro, mentre altri 18 milioni sarebbero relativi ai “maggiori costi sostenuti da Ama rispetto al valore base statuito dall’articolo 10” della Convenzione. Nonostante il parere indichi come “certi, liquidi ed esigibili” i crediti vantati dalla società, restano alcuni dubbi. Proprio all’articolo 10 del contratto di servizio del 2007 si legge che Ama era “delegata ad introitare per intero” i proventi che “hanno evidenza nel bilancio”, circostanza confermata a IlFattoQuotidiano.it da diversi ex dirigenti del Servizio Cimiteriale ed evidenziata da una relazione capitolina del 5 luglio 2012, con la quale il Comune chiedeva che gli venisse versato il 40% degli introiti incassati dalle aste dei manufatti. Un contesto, quello della gestione dei Servizi Cimiteriali di quegli anni, per niente limpido, su cui la Procura di Roma, insieme alla Guardia di Finanza, stanno indagando non da oggi. Ed è per questo che i rilievi operati dal Campidoglio non vanno presi sotto gamba.

UN NUOVO CONTENZIOSO DA OLTRE 200 MILIONI
Intanto, ieri mattina i vertici di Ama hanno inviato una lettera in Campidoglio alzando il tiro e chiedendo il pagamento di crediti vantati nei confronti di Roma Capitale per oltre 200 milioni di euro. Una reazione, a quanto pare, a un’altra presa di posizione, stavolta del direttore generale del Campidoglio, Franco Giampaoletti, che ha negato ad Ama la possibilità di trattenere in azienda circa 250 milioni di euro relativi alle ultime mensilità della Tari, la tariffa sui rifiuti che la società capitolina incassa per Roma Capitale. “Ci girino il denaro, poi si farà una cabina di regia per il contratto di servizio”, scrive in sintesi Giampaoletti all’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti. Un bel problema di liquidità che, secondo Bagnacani, impedirebbe alle banche di sbloccare le linee di credito il prossimo 28 febbraio, quindi di pagare gli stipendi e di garantire “la continuità aziendale” garantita da Virginia Raggi nei giorni scorsi. Una situazione che preoccupa il Campidoglio, che sta cercando di accelerare i tempi per la sostituzione del cda – o magari anche un commissario – anche se pare non sia facile trovare manager dal curriculum adeguato disponibili a subentrare in questa partita così complicata. Bagnacani, d’altronde, nel maggio 2017 era stato fortemente voluto da questa maggioranza e addirittura “scippato” a Chiara Appendino per la sua amministrazione torinese.