La corte d’assise d’appello di Milano ha confermato l’ergastolo a Rocco Schirripa per l’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia (nella foto), ucciso il 26 giugno del 1983. Anche in primo grado all’imputato era stato inflitto il fine pena mai. Il panettiere pluripregiudicato era stato arrestato il 21 maggio 2016, a oltre 30 anni dal delitto. Secondo le indagini della Dda milanese, l’omicidio del magistrato fu una dimostrazione di fedeltà data da Schirripa ai boss i quali sarebbero stati irritati dall’estremo rigore del magistrato torinese. Ipotesi condivisa dal sostituto pg di Milano, Galileo Proietto, che aveva chiesto la conferma del verdetto di primo grado.

La sentenza di oggi, però, è solo una parte della verità sulla morte del magistrato. Almeno secondo la figlia, Paolo Caccia. “Sono contenta che sia finita così, anche se mi dispiace molto perché mi è sembrato che ci fosse una certa fretta di concludere. Non mi sembra che sia stato dato di nuovo abbastanza spazio a quello che stava intorno a questo imputato”, dice la figlia del magistrato. “Questa sentenza conferma la responsabilità di uno dei colpevoli, bisogna cercare gli altri”, ha spiegato l’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia che si è costituita parte civile. Proprio i familiari di Caccia, infatti, ha sempre insistito affinché si indagasse su una cosiddetta ‘pista alternativa‘ che intreccia mafia e servizi segreti: il magistrato è stato ucciso perché stava indagando su casi di riciclaggio di denaro sporco al Casinò di Saint Vincent. Per l’omicidio del magistrato è già stato condannato in passato all’ergastolo Domenico Belfiore, considerato un boss della ‘ndrangheta.

L’imputato si è sempre dichiarato non colpevole. “Non ci sto più a stare in carcere da innocente” e “mi fa veramente rabbia che queste persone si vendichino su di me per avere i loro benefici”, aveva detto Schirripa nell’udienza del 5 febbraio scorso, parlando dei pentiti di ‘ndrangheta che hanno fatto il suo nome nel dibattimento di primo grado in cui era stato condannato all’ergastolo. L’imputato aveva reso dichiarazioni spontanee  dopo la requisitoria del sostituto pg Galileo Proietto che ha chiesto la conferma della condanna al carcere a vita inflitta nel luglio 2017. Schirripa era stato arrestato nel dicembre 2015, a oltre 30 anni dal delitto. Tra le prove dell’inchiesta del pm di Milano Marcello Tatangelo (ora sostituto pg a Torino) alcuni dialoghi intercettati tra Domenico Belfiore e altri ‘ndranghetisti, tra cui Placido Barresi, boss ed ergastolano, ora in semi-libertà.  “Rocco Schirripa non c’entra niente e non lo dico io, ma i fatti”, aveva aggiunto l’imputato parlando di se stesso in terza persona. “Hanno studiato a tavolino per trovare un capro espiatorio e hanno scelto me perché ero una preda facile: sono compare di Domenico Belfiore, sono pregiudicato e sono calabrese. Non mi sono mai macchiato di fatti di sangue, lo grido con tutte le mie forze: sono innocente”. 

Per la procura di Torino a condannare la toga fu proprio il suo rigore. Ipotesi condivisa dal sostituto pg Galileo Proietto che nella sua requisitoria, aveva illustrato i diversi passaggi dell’indagine, a partire dalla lettera anonima che era stata inviata a Domenico Belfiore, già condannato all’ergastolo per il delitto, alla fine di agosto del 2015. Lettera che spinse Belfiore, Barresi e l’imputato, come risulta dalle intercettazioni, a parlare del delitto Caccia. Dialoghi, questi, considerati una prova decisiva. Proietto aveva poi citato la testimonianza di Domenico Agresta, 30enne pentito di ndrangheta che rivelò prima agli inquirenti e poi al processo a Milano, di avere saputo dal padre e boss di ‘ndrangheta Saverio Agresta, che Rocco Schirripa e l’ex militante di prima linea Francesco D’Onofrio facevano parte del gruppo di fuoco che uccise il magistrato torinese. Secondo il pg, il figlio del boss è attendibile anche perché “è nato ‘ndranghetista, ha respirato ‘ndrangheta sin da quando è nato e suo padre è un nome di spicco della ‘ndrangheta piemontese. Quella di primo grado – aveva sostenuto Proietto, che nel novembre scorso ha avocato la nuova indagine sull’omicidio Caccia a carico di D’Onofrio – è una sentenza giusta, che ha preso in considerazione le esigenze di tutte le parti. Dopo 30 anni è stato fatto un primo passo verso la giustizia, speriamo che non ne passino altri 30 perché sia fatta completamente. Bruno Caccia non è stato dimenticato, la sentenza è stata un passo importante”.

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