Sforbiciata retroattiva alle pensioni dei sindacalisti. Ad una manciata di ore dalle pesanti critiche delle organizzazioni di categoria al reddito di cittadinanza e Quota 100, il Movimento 5 Stelle decide di riaprire il tema delle pensioni d’oro dei sindacalisti, svelato nel 2015 da un’indagine dell’Inps di Tito Boeri. E lo fa all’interno del decretone con un emendamento (AS-1018), depositato in Commissione Lavoro al Senato.

Ma l’intervento non attacca direttamente le potenziali “distorsioni” della contribuzione aggiuntiva dei dipendenti pubblici prima dell’uscita dal mondo del lavoro. Quelle cioè che in passato hanno fatto gridare allo scandalo. Si limita invece ad intervenire sulle retribuzioni da riconoscere ai fini pensionistici a tutti i lavoratori in distacco sindacale. Con un beneficio per i conti della previdenza che è tutto da calcolare. Nel dettaglio l’emendamento pentastellato stabilisce che per i contributi figurativi non si farà più riferimento all’ultima busta paga mensile antecedente il distacco sindacale, bensì alla media degli ultimi 5 anni. Secondo il testo, inoltre, la modifica dovrebbe essere applicata anche retroattivamente dal primo gennaio 2003. Infine l’emendamento dovrebbe introdurre da quest’anno una revisione dell’assegno pensionistico calcolato “con il sistema retributivo il cui importo risulti per oltre la metà derivante da contribuzione figurativa per motivi politici o sindacali”. Con il rischio concreto di un’ondata di ricorsi a difesa dei diritti acquisiti e del diritto all’esercizio dell’attività sindacale.

Non a caso il Movimento potrebbe avanzare ad horas modifiche all’emendamento. E realizzare così l’obiettivo dichiarato dal testo di attuare “un meccanismo in origine pensato per assicurare l’esercizio dei diritti politici e sindacali del lavoratore si sia trasformato in vero e proprio privilegio ed abbia creato inaccettabili storture in un sistema pensionistico già gravato da alti costi” come si legge nel documento depositato.

Per ora resta il dato di fatto che l’emendamento non interviene direttamente sulle contribuzioni “aggiuntive” che, se versate dal sindacato poco prima della quiescienza, possono far lievitare l’assegno previdenziale. La vicenda non è affatto nuova e riguarda solo i dipendenti pubblici distaccati al sindacato prima del 1992. Per loro esiste un calcolo pensionistico sulla quota retributiva, basata sull’ultimo mese di stipendio, a differenza di cinque anni richiesti nel settore privato. Così è accaduto in passato che qualcuno abbia pensato di ottenere un aumento salariale nell’ultimo anno di vita lavorativa, spuntando un assegno pensionistico più corposo. “Un versamento elevato di contribuzione aggiuntiva sull’ultima retribuzione incide in modo molto significativo sulla quota A (cioè quella derivante da occupazione fissa e continuativa), facendo aumentare anche di molto la pensione complessiva dei sindacalisti del settore pubblico, cosa che non è possibile per tutti gli altri lavoratori” spiegò l’Inps nell’operazione “Porte Aperte” del 2015. Peraltro già all’epoca l’istituto previdenziale osservò che sarebbe bastato computare la contribuzione aggiuntiva come “quota B” (cioè ruolo temporaneo e transitorio) per arrivare nel settore pubblico ad un taglio dell’assegno pensionistico lordo del 27 per cento in media. Con picchi che avrebbero potuto raggiungere il 62 per cento.

Nonostante la denuncia dell’Inps, nessun governo è finora intervenuto sulla questione. Anche a dispetto del fatto che il sindacato stesso abbia chiesto un confronto sul tema sia all’ex ministro del Lavoro, Giuliano Poletti che all’attuale responsabile del dicastero, Luigi Di Maio. “Già negli anni scorsi e, in particolare dopo l’emergere di alcuni comportamenti truffaldini che non hanno mai coinvolto la nostra organizzazione, abbiamo sollecitato l’Inps ad adottare interventi più incisivi finalizzati a prevenire abusi che, con incrementi anomali a ridosso del pensionamento, possono determinare ingiustificate prestazioni previdenziali” spiega una nota della Cgil. “E’ interesse del sindacato risolvere una questione che riguarda una platea ben definita appartenente al settore pubblico” precisa a ilfattoquotidiano.it il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli. “Un intervento su questo tema è possibile anche solo attraverso l’Inps. Ecco perché, oltre a sollecitare da tempo maggiori controlli, abbiamo chiesto già da tempo al governo di convocarci per chiarire la questione una volta per tutte”.