Com’è triste Venezia… perché non avete visto Monfalcone”. La battuta fu di Paolo Rossi. Ed Elisa (Toffoli) che viene da lì, forse non l’ha mai sentita. Eppure questa sua allure delle origini un po’ provincia incompresa, un po’ dannata amata radice dell’essere, è la cifra con cui la cantautrice friulana ha screziato i suoi brani più belli, i suoi dischi (no progetti, please) più personali e sinceri. Si chiama Bar Buzz, si legge gabbia da cui uscire, si avvicina al ci vediamo da Mario del Liga. Elisa, on stage senza cognome come Giorgia, inizia dai flipper e dalle balere. Di giorno shampoo, phon e taglio nel negozio dei suoi, di sera rock anni settanta preparato tra gli amici e standard jazz per far ballare gli astanti. Dalle parti di Monfalcone soffia la bora spesso. Roba che tempra. E la fibra robusta c’è e si vede.

Fiorello la fa salire sul palco, questa sconosciuta, di un karaoke in famiglia, mentre passa col cappotto giallo da Gorizia. Nel 1993 le quattro tracce inviate alla Sugar di Caterina Caselli, all’epoca papessa Sugar di un’indie cantautorale italiano per palati fini. Ed anche qui non servono più lunghe puntate di talent per capire cosa si vale. Di freddo “che fa” Caterina se ne intende. Riconosce il talento e la tenacia della fanciulla classe ’77. La spedisce con Corrado Rustici a Berkeley in California per comporre il primo album. Che è un fulmine a ciel sereno nel panorama placido italiano. Elisa compone testi e canta in inglese. Ma la particolarità invece di allontanare, affascina. Piove e precipita dentro alla poesia della triestina un mondo misterioso e dolente fatto di riferimenti cinefili e letterari. Pipes & flowers (1997), graffiti e disegni surreali sui muri della canzone, è un album che ancora oggi riluccica di originalità. Labyrint ha il famoso gorgheggio da voci bulgare (prova registrata di nascosto da Rustici) e poi il ritornello reiterato e ipnotico “walking to the fog”, conoscenza e rumore dei passi perduti, quel perdersi coi sensi della propria storia e del proprio destino dentro al “labirinto”. È un buona la prima che basta per un’intera carriera. Ma Elisa avanza. In vent’anni pubblica dieci album. Negli ultimi, quelli tra il 2010 e il 2018, esplora anche il pop più melodico e un po’ sfinito con liriche in italiano. I dischi venduti sono milioni, poco meno di sei. Un precipizio che spaventa. Nel 2001, en passant, vince pure Sanremo. Luce.

“Siamo nella stessa lacrima, come un sole e una stella, luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia terra”. Un compendio personale e musicale con testo in italiano, con quel sound sintetico che arriva diretto dagli studi americani. Potrebbe fermarsi qui, Elisa Toffoli. Perché dopo c’è tanta altra musica commerciale. Più semplificata, che a noi piace meno. A parte quella Piovesse il tuo nome (scritta da Calcutta) che ha messo d’accordo classifiche e cuore. Scortese trattarla così, però, questa donna che sembra ancora una ragazzina, magra ed energica, che scortica e fa vibrare le corde vocali. Fairy girl. Titolo di un libro incredibile, edito da Arcana, che le ha dedicato Simona Orlando in stato di grazia. Lasciamo parlare l’autrice: “In lei (in Elisa ndr) c’è poca ostentazione e molta ostinazione”. E ancora: “La sua forza è esattamente questa: essere ciò che sembra, saper plasmare conformemente alla sostanza, cercare l’aderenza fra sé e le sue canzoni. Elisa è un’anima che inaugura la sua forma e non viceversa, perciò ha ottenuto un rispetto unanime di critica e pubblico come raramente capita”.

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