Non solo migranti. Non solo identità sbiadite da riunire in un gruppo su cui esercitare i nostri sentimenti: l’odio, come la compassione. Spesso, l’indifferenza. Non solo esseri in fuga. Ma intelligenze in lotta per una libertà che innanzitutto vuole essere la loro. Al tempo delle navi respinte in Libia e delle propagande a reti unificate su un’emergenza immigrazione che mai davvero (per noi) è stata emergenza, quello che ancora non siamo riusciti a fare è dare la dignità di individuo a chi lascia la propria terra per cercare fortuna nell’Europa dei muri.

Lo scrivono Francesca Cogni e Andrea Staid nella postfazione alla loro Etnographic Novel “Senza confini”: “Il problema è che non è più il tempo della poesia”. I volti sofferenti, “il luccichio della coperta termica dorata mossa dal vento che avvolge la donna africana sul ponte della nave immerso nel blu della notte”, le inquadrature fisse sui bambini ogni volta che si può. “Non è più tempo di autocompiacimenti estetici e poetici”, scrivono. Perché, è la scoperta che dovremmo fare il prima possibile, il modo in cui raccontiamo questa epoca ha dirette conseguenze sulla salvezza di una generazione, la nostra, che rischia di essere già compromessa tra derive securitarie e inni alla paura. Cogni e Staid i migranti li raccontano con i disegni e le voci che escono a mo’ di fumetto da pagine che scorrono via veloci. Perché strappate live direttamente dalla vita reale: “E’ tempo di costruire nuove forme di narrazione ibride, che mettano in discussione i rapporti di forza e i ruoli di posizione, che siano capaci di lasciarsi contaminare e trasformare per costruire dei nuovi soggetti politici e culturali”.

E allora sembra di sentirlo parlare Silver, che fa il pittore e non vuole cercarsi un altro lavoro. Perché quello è il suo lavoro. Come Muhammed, che invece in Gambia lavorava per un giornale di inchiesta e suo madre lo ha fatto salire su una nave per il Senegal dopo che hanno incendiato la sede del suo quotidiano. In Italia ha vissuto nel ghetto di Foggia, dove ha raccolto pomodori prima di fuggire a Berlino. Noi abbiamo mai sentito davvero parlare di Oranien Platz? Muhammed quando ci è arrivato è stato per sbaglio: ha preso il bus 29 e si è ritrovato nel mezzo di una protesta. Era la manifestazione di un gruppo di migranti che per due anni è riuscito a occupare la zona: chiedevano diritti e considerazione. “Sapete qui i rifugiati si mettono insieme, si organizzano, lottano per i loro diritti”, si legge nel fumetto di Muhammed. “Sono visibili, prendono decisioni”. Niente a che vedere con l’immagine, molto comoda per le istituzioni, di esseri senza autonomia decisionale che si lasciano trasportare da un punto all’altro della cartina geografica dell’Europa. Conclude Muhammed, raccontando di quando va nelle scuole a parlare della sua condizione: “Parlo del fatto che essere rifugiato è una transizione, non un’identità. Non puoi essere visto come rifugiato tutta la vita”. Di Oranien Platz parla anche Turgey, attivista politico fuggito dalla Turchia. A casa è considerato un terrorista e se torna, gli danno l’ergastolo. A Berlino, insieme a un collettivo di migranti, ha creato un giornale: si chiama “Daily resistance”. E gli permette di continuare a fare il suo vero lavoro: scrivere.

Ogni capitolo è una storia. Le transizioni sono affidate agli autori che, a volte, persino compaiono nel fumetto. E non è un caso: Cogni e Staid raccontano una storia che è anche la loro, la nostra. Quella di una comunità che si mescola ad altre e che dalla contaminazione prova a rinascere. E, si spera, migliore. La novità, rispetto a tante altre narrazioni di storie migranti, è che tra le protagoniste ci sono anche le donne. E ci sono, incredibilmente, con una forza politica reale e senza precedenti. C’è Nassi, figlia di emigrati marocchini, che ha imparato la cultura italiana militando a Milano. Dice: “Vorrei essere un ponte”. E con una sola frase scrive un manifesto politico. C’è Melissa che arriva in Europa dagli Stati Uniti e lotta contro le burocrazie. Racconta di quando ha imparato a dire no. E per le donne, soprattutto, il no è la prima grande forma di autodeterminazione. E’ poi Francesca Cogni ad accompagnarci nell’International Women Space a Berlino: un luogo dove le donne migranti possono essere al sicuro. Perché non c’è mai il tempo o la voglia di raccontarlo (come se fosse chiedere troppo), ma vivere nei campi senza pareti e, troppo spesso, senza nemmeno i bagni separati è per le donne in fuga un trauma continuo. Che sono costrette a vivere in silenzio. E pure nella lotta per i diritti dei migranti, le donne sono così poche. Napoli viene dal Sudan e lo racconta in questo libro: quando è arrivata a Oranien Platz, ha visto che era l’unica femmina tra i militanti. E’ stata poi anche l’unica che è salita su un albero della piazza e ci è rimasta per sei giorni quando è iniziato lo sgombero. Ha resistito, più degli altri.

Non sono solo facce di cartone con gli occhi persi nel vuoto, i migranti. Umar, che viene dalla Palestina, e che è un doppio rifugiato (prima in Siria e ora qui), viene disegnato mentre parla con un gruppo di persone. “E’ pur sempre una guerra capitalista”, dice il suo fumetto. Gli risponde scioccato un omino: “Wow. Ma tu hai delle idee politiche? Incredibile”. Incredibile che non ci abbiamo pensato prima. Incredibile che continuiamo a ignorarlo: i migranti sono esseri pensanti e in lotta per una libertà. Purtroppo o per fortuna, è finito il tempo della poesia.