“La lista è vita”. 25 anni fa nei cinema italiani uscì Schindler’s list di Steven Spielberg. Giusto il tempo di aver seguito clandestinamente la Notte degli Oscar, durante la quale il film portò a casa sette statuette (tra cui miglior film e regia), per rendersi conto di cosa era riuscito clamorosamente a fare Spielberg. Il regista hollywoodiano più “compromesso con un’idea ludica e infantilmente fantasiosa del cinema” aveva girato un film indimenticabile sulla memoria storica del ‘900 e sull’inqualificabile orrore dell’Olocausto. Un cineasta che dall’alieno ET era passato alle fruste di Indiana Jones, che si era infilato nelle enormi fauci di un finto Squalo e capitolato tra gulliveriane sproporzioni in Hook, di notte montava il mirabolante Jurassic Park e intanto di giorno sul set in Polonia girava la storia di un ricco industriale tedesco che tra il 1942 e il 1945 aveva realmente salvato dalla morte nei campi di concentramento 1100 ebrei.

In pochi ricorderanno che all’epoca lo “scarto” tra le creazioni spielberghiane destò non pochi dubbi tra i critici. Immaginazione? Documento storico? Biopic? Non stupisca che il racconto della Shoah fino a La lista di Schindler fosse relegato ad alcuni titoli d’essai (Notte e nebbia di Resnais, per dire) e non al grande pubblico generalista. O che la rappresentazione dei campi di sterminio, qui di Auschwitz, proprio baracca per baracca, forni crematori ed esecuzioni sommarie, non si fosse ancora affrontata materialmente con così tanta intrusione fisica e ambientale nel possibile ricordo dei sopravvissuti.

L’Olocausto era ancora un tema industrialmente e culturalmente poco o per nulla filmabile (poi siamo arrivati a Il figlio di Saul, ma sono passati vent’anni). Quindi che fare di fronte all’enfant prodige della New Hollywood che si dedica anima e corpo al realismo di una tragedia epocale? Semplice: ammirarlo. Spielberg rimane uno dei dieci/dodici cineasti che hanno disegnato contorni, linguaggio e filosofia del cinema nel post ’68 e Schindler’s List racchiude in egual misura ogni sua intuizione drammaturgica ed estetica, messa in qualche modo a servizio di una vicenda (dis)umana che poteva essere raccontata con la magniloquenza del cinema anche se con tutte le precauzioni antispettacolari del caso a partire da un trattenuto bianco e nero, come risultato nelle intenzioni di Spielberg, e del fido direttore della fotografia, Janusz Kaminski. 

Si racconta che il film Spielberg lo avesse tra le mani  fin dal 1982, quando il libro omonimo di Thomas Keneally uscì. All’epoca 36enne e fresco del successo di ET, il regista americano sembrò non sentirsi all’altezza di una così brutale e delicata inversione di marcia nella propria ancora breve carriera. Diverse fonti confermano che il progetto passò di mano in mano tra Roman Polanski (che poi girerà Il Pianista, chiaramente una storia più intimamente e individualisticamente polanskiana) e Martin Scorsese, tra Sydney Pollack e perfino da un commediante all’epoca molto anziano come Billy Wilder. Infine ritornò a Spielberg che scelse un basso profilo attoriale (Ralph Fiennes e Liam Neeson erano ancora parecchio sconosciuti, soprattutto il primo) e dedicò una cura maniacale a tutti gli aspetti tecnici e formali da autentico auteur (da qui, va detto, ancora oggi le riviste specializzate francesi piazzano Spielberg nelle top ten dell’anno, ca va sans dire).

L’impressione di febbrile verità di una macchina a mano (erano gli anni, perfino Woody Allen con Mariti e mogli…) in sempre leggero movimento all’interno dei set/campi di concentramento, come la posa classica adottata nei dialoghi a due, continuamente da brivido, tra Schindler/Neeson e il nazista Amon Goth/Fiennes, resero la messa in scena del film qualcosa di incredibilmente ipnotico quasi fosse davvero un’opera di genere abituata a tenere vispa emotivamente l’attenzione spettatoriale per ogni minuto di film.

Schindler’s list venne girato durante la primavera del 1993 su un finto set/lager ricreato vicino Cracovia in base alla piantina del vero campo di concentramento di Plaszow. Con un budget di 22 milioni di dollari il film ne incassò quasi 100 solo negli Stati Uniti e arrivò a quasi 150 milioni in Europa. Tanti gli aneddoti sul film e sul libro, a partire dalla casualità con cui Keneally entrato in un negozio di Los Angeles per comprare una valigia ne uscì con la storia dell’industriale appartenente al partito nazista che nel corso degli anni salvò centinaia di ebrei, raccontatagli dal proprietario del negozio, Leopold Page, uno dei salvati da Schindler; fino ad un impeccabile artificio retorico, qui davvero esercitando tutta la possibile “fantasia” anche un po’ ingenua spielberghiana, nel ricreare la figura del contabile silente e buono Itzhak Stern, interpretato da un monumentale Ben Kingsley, che nelle realtà fu un ambiguo tizio corruttibile, criticato dagli stessi sopravvissuti, di nome Goldberg.
Infine il ricordo visivo e sonoro del film riporta sempre al dettaglio della sequenza con la bambina dal cappottino rosso in mezzo al rastrellamento in bianco e nero delle SS, ma noi per una volta vogliamo ricordare qualcosa di più subliminale e intenso: il soundtrack pulito e ieratico di John Williams impreziosito dal violino stridente di Itzhak Perlman che rimane nell’anima come un anelito di speranza a ci aggrapparsi con le lacrime contro ogni orrore nazista. Schindler’s list sarà nelle sale italiane per tre giorni, dal 24 al 27 gennaio 2019.

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