Tutti felici, nessuno contento. Le nomination agli Oscar, e poi le vittorie a fine febbraio/inizio marzo, si trascinano dietro recriminazioni, frecciatine al veleno, sorrisi di circostanza. Intanto tutti sembrano felici, ma sette nomination a Black Panther (e 4 a First Man, per dire) sprizzano una generosità da politicamente corretto visibile in modo nitido anche oltre l’Oceano Atlantico. Va bene che il film di Ryan Coogler è stato un autentico fenomeno pop all black lo scorso anno negli Stati Uniti, ma come scrive Mauro Gervasini, selezionatore del Festival di Venezia, su Twitter: “Sono contento che un film di supereroi sia candidato all’Oscar (prima volta nella storia ndr), speriamo che al prossimo giro ne scelgano uno bello”.

Dicevamo di First Man e delle sue misere quattro candidature che diventeranno zero, o uno come contentino, la notte del 24 febbraio. Tutte nomination nelle cosiddette categorie “tech”, ma soprattutto niente a Ryan Gosling, a Claire Foy, a Damien Chazelle e al compositore Justin Horowitz (vincente ai Globes). First man paga dazio probabilmente per via della produzione storica che l’accompagna, Universal, tutta sbilanciata nel lancio comunque esagerato di una commediola a sfondo antirazzista come Green Book (ne riparleremo in separata sede) che si è mangiata palco, dietro le quinte e red carpet con le sue sovrabbondanti 5 nomination. L’equivoco Lady Gaga miglior attrice, che ha poi fatto andare in tilt i social in Italia appena dopo l’annuncio dei “nominati”, non è in fondo il peggior peccato delle nomination 2019.

Detto che sarà Glenn Close a vincere, Angelina Germanotta è in perfetta alchimia col pigmalione Bradley Cooper in A star is born che non è affatto un film da buttare via. Cooper invece paga dazio, come segnala del resto Variety, per quella scarsa attenzione che l’Academy dedica agli attori protagonisti che diventano registi dei loro film dall’Academy invece amatissimi (si pensi ad Argo di e con Ben Affleck): nomination come miglior film, magari come miglior attore, ma la statuetta per la miglior regia non la fanno annusare nemmeno sotto tortura. Cooper sembra aver fatto posto ad un’autentica sorpresa: Pawel Pawlikowski, regista di Cold war, in cinquina per la miglior regia. È la prima volta che accade nella storia degli Oscar che due registi in nomination provengono da film di produzione straniera.

E per Cold war, con tutto il bene che gli si vuole, nomination come miglior film straniero e regia sono davvero mercanzia di lusso sfrenato. Tanto, alla fine, la grande sorpresa di questi Oscar sarà Roma di Alfonso Cuaron (è lui l’altro regista “straniero” in cinquina). Dieci nomination (comunque davvero esagerate) per un film che sta lì in alto certo per meriti propri, ma soprattutto perché Netflix inizia con questo 2019 a far parte della Motion Picture Association of America (MPAA). Variety segnala che Netflix ha ufficialmente affiancato le sei major affiliate (Paramount, Warner, Sony, 20th Century Fox, Disney, Universal) diventando il primo producer in streaming di contenuti audiovisivi a farne parte. Segno dei tempi, e così ad occhio tre quattro statuette Roma e Cuaron se le porteranno a casa sicuro. Infine, aggiorniamo il file Venezia goes to Oscar. Roma (Leone d’Oro 2019), First Man (anche se con 4 misere nomination), tutto il blocco A star is born, ma anche William Dafoe/Van Gogh per A Eternity’s gate, sono tutti film che hanno visto la loro prima mondiale in laguna lo scorso settembre. E non è roba da poco.

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