“Mi dà panico il vuoto, volare. Ho l’ansia di sparire all’improvviso, di non essere all’altezza. Timore d’impazzire per qualsiasi motivo e, da ipocondriaco, di qualsiasi malattia, con tanto di sintomi che vengono fuori davvero. Su tutte: paura di morire“. A dirlo è il rapper Fedez in una lunga intervista a Vanity Fair, in cui si racconta a 360 gradi.

Un’intervista che esce in concomitanza con il nuovo album di Fedez, Paranoia Airlines, un disco in cui il rapper racconta la versione più autentica di sé, rivelando le difficoltà nel gestire gli attacchi di panico e i momenti “no” con i quali ancora continua a lottare. “Invalidanti. Li ho curati da dentro, senza psicofarmaci, imparando piano a controllarmi. A un certo punto la parte oscura di te diventa preponderante, ed è consigliabile andare da un bravo psicologo/psichiatra. Ne ho cambiati diversi. Questo è uno nuovo, vediamo. Con i miei conflitti interiori, i dubbi rispetto a ciò che ero, che sono, che sarò”.

Ma è grazie anche alla vicinanza e al sostegno della moglie Chiara Ferragni che il rapper riesce a superare queste situazioni: “Purtroppo per lei vive ogni giorno con me. E, di conseguenza, con i miei conflitti interiori, i dubbi rispetto a ciò che ero, che sono, che sarò. Di Chiara ho bisogno per andare avanti. Lei sa godersi ogni momento e spero che, per osmosi, riesca a insegnarmelo. Si pensa che se vivi in un contesto elitario tutto sia perfetto, nulla di cui lamentarsi. Non è così. Per quel vecchio detto: ‘I soldi non fanno la felicità'”.

Assieme a sua madre, Chiara è una delle due sole persone di cui Fedez si fida: “I lividi fanno quello che sei. I miei vengono da una mancanza di fiducia: mi apro con pochi, non credo nelle persone, mi governa un pregiudizio che alza muri. Manco di empatia, fatico a costruire rapporti solidi”. Quello con J-Ax, per esempio, si è dissolto dopo l’ultima notte insieme a San Siro. Non per soldi, giura lui, senza aggiungere altro perché c’è un accordo di riservatezza.

Poi Fedez commenta anche la situazione politica attuale: “È importante che ci sia un governo al lavoro su temi concreti come il reddito di cittadinanza, dopo l’avanspettacolo a cui abbiamo assistito gli anni precedenti, dai bunga bunga di Berlusconi alle lauree finte di Bossi jr, ai balletti attorno ai guai veri o presunti del padre della Boschi e di Renzi“.  Lui, che nel 2014 scrisse un inno per il Movimento 5 Stelle, ora si dice scettico nei confronti del governo gialloverde e commenta così l’operato di Matteo Salvini: “Si può essere d’accordo o meno con lui, sul chiudere i porti e sul resto, e io non lo sono, ma rispetto la democrazia e riconosco che non ce la si può prendere con lui perché è stato votato da italiani in coscienza, e sta facendo esattamente ciò che aveva promesso“.

Ridicolo, a suo parere, l’appellativo attribuito da Roberto Saviano al vicepremier leghista, definito dallo scrittore “ministro della Malavita”: “E mi viene da ridere. Perché non dimentico Vittorio Arrigoni, uno che era sul campo e non nei salotti, con i segni della tortura e della trincea. Fu ucciso nel 2011, a Gaza, a pochi mesi da un videomessaggio in cui invitava proprio Saviano a camminare con le sue gambe per Tel Aviv, prima di parlare a vanvera della situazione lì. L’aveva contraddetto, sì, e lui, che ama ergersi a coscienza civile del nostro Paese, non ha speso due parole per ricordarlo”.